Maria a La Salette ci invita alla preghiera - ecco la seconda riflessione (in diverse lingue) per il giorno di ritiro, preparata da P. Sóstenes Tavares Luna MSF della Provincia MSF in America Latina...
IT / italiano
Maria a La Salette ci invita alla preghiera
Nella prima riflessione di questa serie di meditazioni sulla spiritualità salettina, in vista delle commemorazioni del 180° anniversario dell'apparizione della Madonna sul Monte di La Salette, padre Marian Kolodziejczyk ha affrontato la dimensione del digiuno e come questo invito di Maria possa essere attualizzato e vissuto in una prospettiva contemporanea. Proseguendo il ciclo di riflessioni, approfondiremo l'invito alla preghiera che la Bella Signora rivolge a La Salette, quando, dialogando con i bambini, comunica loro un messaggio di riconciliazione.
Nello studio della spiritualità, intendiamo la manifestazione del sacro attraverso le apparizioni come "ierofania", termine greco che indica il Sacro che si rivela, ciò che il metodo scientifico non può comprendere appieno per fornire una spiegazione puramente razionale. Pertanto, la manifestazione spirituale di fronte al fenomeno delle "apparizioni" ci spinge a utilizzare la dimensione della fede, dell'esperienza religiosa, del fatto a cui essa rimanda e che comunica, producendo in modo positivo ciò che chiamiamo un evento spirituale e l'accettazione del prodigio, o la sua confutazione.
Mircea Eliade, nel suo libro Il Sacro e il Profano, ci spiega con grande lucidità che le "ierofanie" sono fenomeni religiosi che muovono le religioni e ne costituiscono il contenuto strutturale. L'apparizione di Maria a "La Salette" è, soprattutto, un'esperienza ierofanica che rivela e conferma la necessità di un cambiamento di vita e di comportamento; è un vero e proprio appello dal cielo all'umanità per la conversione, per la Metanoia, termine greco che indica un cambiamento di atteggiamento, una trasformazione interiore. Maria comunica ai bambini la sua preoccupazione per l'indifferenza delle persone nei confronti di Dio e delle questioni religiose.
Alla luce di questa osservazione e seguendo il dialogo tra la Bella Signora e i bambini, troviamo nella narrazione la seguente domanda di Maria ai veggenti: "Figli miei, pregate bene?". Questa frase sarà il punto di partenza per tutto ciò che svilupperemo come contenuto nella nostra riflessione.
1. La preghiera: un respiro dell'anima
Per parlare di preghiera, è necessario decostruire concetti o esperienze che possono condurci a una sorta di errata comprensione di cosa significhi pregare. Iniziamo quindi ricordando il respiro: respirare è qualcosa di reale che conferma che siamo vivi, che siamo esseri viventi. L'aria è uno dei quattro elementi ed è fondamentale per la vita, fornendo ossigeno (O₂) per la nostra respirazione e anidride carbonica (CO₂) per la fotosintesi delle piante. In tempi in cui la preoccupazione per l'ecologia e la vita umana è così urgente, osservare il respiro come un esercizio di concentrazione è un modo per prepararci al dialogo con Dio. Pertanto, ogni volta che ci prepariamo a pregare, concentriamoci su esercizi di respirazione profonda e cerchiamo di calmare il corpo, che spesso è agitato dalla frenesia della vita e dagli alti livelli di stress.
L'aria che entra nelle narici, passa attraverso i polmoni ed espira dalla bocca diventa il primo catalizzatore per una buona disposizione alla preghiera. Dobbiamo ossigenare la nostra preghiera! Il problema è che quasi mai abbiamo il tempo di fermarci, stare in silenzio, respirare e creare un'atmosfera propizia alla preghiera.
Se pregare significa conversare con Dio, possiamo confrontarci con il pensiero di Martin Buber, in "Io e Tu" (1923), un'opera filosofica che propone due forme fondamentali di relazione umana: Io-Tu (incontro autentico, dialogo, reciprocità) e Io-Esso (oggettivazione, utilitarismo). Buber sostiene che l'esistenza umana è definita dal modo in cui ci relazioniamo, proponendo l'incontro delle due volontà (dell'Io e del Tu) per l'armonia nell'integrazione personale e comunitaria. Il filosofo che più direttamente sviluppò il pensiero di Buber in dialogo con lui fu Franz Rosenzweig, seguito a ruota da Emmanuel Levinas. Vi pongo una sfida: cosa c'entra tutto questo con la preghiera?
Di fronte a questa realtà, continuiamo a chiederci: qual è la mia esperienza di dialogo con Dio? Di contemplazione dell'alterità? E di impegno nella cura della casa comune? Utilizzando l'espressione «casa comune», tipica del compianto Papa Francesco, la cura degli altri può diventare una forma attiva di preghiera, una testimonianza vigorosa dell'azione evangelica del Buon Samaritano (cfr. Lc 10,25-37). Sappiamo che per le persone religiose la realtà della preghiera può apparire come qualcosa di costitutivo della nostra identità o della nostra routine; perciò, possiamo facilmente trasformarla in qualcosa di meccanico o obbligatorio, svuotandola di ciò che la preghiera può veramente offrire e trasformarci.
2. Una parola è sufficiente
Quest'anno la famiglia francescana e la Chiesa celebrano l'ottocentesimo anniversario della Pasqua di Francesco d'Assisi. Il Serafico Padre dei Francescani aveva un modo di pregare molto particolare. Tra i molti racconti del rapporto di Francesco con i frati, si narra che una volta, mentre scendeva da Assisi verso Porziuncola con frate Leone, i due si accordarono per pregare in silenzio lungo il cammino, recitando quanti più Padre Nostro possibile. Quando frate Leone scorse la Chiesa di Santa Maria, cioè quando stavano arrivando a Porziuncola, esclamò a gran voce: "Padre Francesco, io ne ho già recitati 200, e tu quanti ne hai recitati?". Francesco sorrise e disse: «Leone, non riuscii a finire il primo Padre Nostro, perché quando dissi “Padre” e contemplai quest’erba, i ruscelli che ci seguivano, il canto degli uccelli, la libertà degli animali, la consistenza della terra, la solidità delle rocce, i colori dei fiori e la forza degli umili; tutto ciò mi lasciò in estasi di fronte alla grandezza di Dio e potei dire solo “Padre”». Forse questa piccola storia di spiritualità francescana è una luce, affinché possiamo qualificare la nostra preghiera e l’armonia che possiamo avere con Dio.
Per noi Missionari della Sacra Famiglia, San Giuseppe è una figura espressiva e profonda per la nostra spiritualità. Molte delle nostre case di formazione portano il nome del lavoratore di Nazareth. Tuttavia, nelle pagine delle Sacre Scritture non troviamo una sola parola di Giuseppe, un uomo che pregava in silenzio. Immaginiamo però la bellezza della preghiera recitata nella casa di Nazareth, dove Gesù ascoltava così spesso suo padre e sua madre cantare la Parola di Dio.
Padre Berthier, nel libro Le Sacerdoce (Il Sacerdozio) e nei suoi scritti sulla vita sacerdotale, ci ricorda la preghiera come fondamento della vita spirituale e del ministero del sacerdote. Pertanto, possiamo essere amministratori eccellenti, filosofi superbi, grandi pastori, profondi conoscitori del mondo digitale e teologi critici, ma se ci manca la leggerezza della preghiera e la fiducia che la nostra missione quotidiana sia sostenuta dall'assimilazione del nostro essere con Gesù, possiamo facilmente cadere nell'aridità spirituale, non trovare significato nel nostro lavoro e diventare semplici professionisti del sacro, privi di passione per Dio, il Regno e la missione.
3. Un'osservazione
A La Salette, la buona madre chiede ai figli se pregano bene, osservando che la gente aveva smesso di rispettare la domenica e non si riuniva più in famiglia per le pratiche spirituali. Oggi, lo stesso appello viene rivolto agli uomini e alle donne del nostro tempo: internet, i social network e la cybercultura assorbono e prosciugano le nostre energie. È interessante notare che, in molti percorsi terapeutici, la pratica della meditazione è orientata alla ricerca dell'equilibrio interiore.
Quanto tempo dedichiamo ogni giorno ad una buona meditazione? I Padri del deserto, nella loro preziosa eredità spirituale, ci hanno lasciato la tecnica della meditazione come processo di conoscenza di sé. Nella meditazione possiamo liberarci dai nostri rancori, possiamo riversare il rimedio del perdono sulle nostre ferite e guarirle, possiamo liberare le persone che abbiamo imprigionato dentro di noi, causa delle relazioni traumatiche che la vita, la famiglia e la comunità ci hanno imposto.
La meditazione all'interno del processo di preghiera non è uno svuotamento mentale; al contrario, è l'assunzione consapevole della nostra essenza di esseri umani. Si tratta di riempirci della grazia di Dio, che è in noi fin dal battesimo. Nella meditazione, possiamo rivisitare luoghi, situazioni, opere letterarie, musica ed eventi della nostra vita che necessitano di essere affrontati con sincerità e onestà, senza veli né maschere, rivelando la bellezza della consapevolezza di chi siamo e di come un Dio amorevole colmi il nostro vuoto esistenziale.
Un altro aspetto importante della preghiera è il pregare con la Chiesa. La Liturgia delle Ore, se ben preparata, ben cantata e ben partecipata, diventa un momento di incontro con gli altri e con tutta la Chiesa, che prega costantemente. Il ciclo delle ore assicura che, senza interruzione, da qualche parte nel mondo, qualcuno o qualche comunità stia pregando. Qui possiamo comprendere la famosa espressione latina “laus perennis”, che significa lode "perpetua" o "continua".
Si racconta di un'abbazia di monaci benedettini, dove l'abate era molto triste perché non riusciva a riunire la comunità per la preghiera e, quando si riunivano, i salmi e le preghiere venivano recitati in modo molto approssimativo. Notava la sonnolenza, o la fretta di terminare; i loro volti non si trasfiguravano più. L'abate há riflettuto a lungo su cosa avrebbe potuto fare per incoraggiare la comunità a pregare con entusiasmo e vigore.
Un giorno gli venne l'idea di invitare i monaci a pregare all'interno di una barca sul lago antistante il monastero. Erano entusiasti della novità, afferrarono i loro libri di preghiera e salirono a bordo della barca. Ma quando iniziarono a pregare, la melodia dei salmi sembrò così stancante che il loro fervore iniziale per l'imbarco si affievoliva non appena le preghiere ebbero inizio. Un piccolo dettaglio: nessuno nella comunità sapeva nuotare, tranne il portiere. Improvvisamente, si levò un forte vento, l'acqua si agitò e fece oscillare la barca in modo spaventoso; sembrava che stessero per affondare. Allora, il monaco più anziano gridò a gran voce, spaventato: "Fratelli, preghiamo sul serio, perché la barca sta per affondare e nessuno qui sa nuotare!".
Spesso ci sentiamo motivati a pregare solo quando attraversiamo situazioni estreme nella vita; in quei momenti, la preghiera sembra essere uno strumento efficace, o può motivarci, ma peggio ancora, possiamo arrivare ad una conclusione che la preghiera non há nussun significato per la persona. È questo "nulla" che il nichilismo produce in noi, spingendoci verso la frammentazione totale, verso l'avvento di un vivere per il gusto di vivere, senza uno scopo da realizzare. Come disse il filosofo italiano Gianni Vattimo: "Credo ancora nel credere?".
Dobbiamo coltivare il gusto per pregare gli uni per gli altri, per i nostri fratelli e sorelle nella comunità e per le realtà che noi e il mondo viviamo. Se ci lasciamo travolgere da quest'ondata di indifferenza propagata dalla mondanità che ci circonda, saremo soffocati e non riusciremo a far respirare le nostre anime.
Conclusione
La celebre frase di Edith Stein (Santa Teresa Benedetta della Croce) è: "Chi cerca la verità, cerca Dio, che lo sappia o no". Quest'idea riflette la sua conversione dall'ateismo al cattolicesimo, basata sulla convinzione che l'onesta ricerca della verità, attraverso la ragione, conduca inevitabilmente a Dio. Quante testimonianze di vita e di preghiera ci hanno lasciato i nostri antenati? Possiamo ricordare i nostri nonni, genitori, zii, parenti, amici e confratelli più anziani che ci hanno accolto nella Congregazione e sono stati per noi fonte di ispirazione. Le loro testimonianze semplici ma profondamente radicate, fondate su una teologia della vita quotidiana, hanno acceso la fiamma nei nostri cuori, affinché potessimo diventare religiosi, sacerdoti, esseri umani appassionati di Dio e della missione.
Padre Zezinho, sacerdote dehoniano, cantante, scrittore e catechista, conosciuto in Brasile da molte generazioni, ha una canzone che riassume il significato della preghiera: "I miracoli accadono quando preghiamo e preghiamo senza mai arrenderci, e la pace è uno di questi miracoli, il più bello che si possa desiderare. Migliaia di persone hanno trovato la risposta in un momento di preghiera. I miracoli accadono quando ci inginocchiamo con il cuore". Forse il frutto più grande di quest'anno, in cui riflettiamo sul 180° anniversario dell'apparizione della Madonna di La Salette, sarà quello di trovare la via della pace interiore, affinché la pratica del perdono sia una costante nelle nostre vite e nelle nostre comunità, e affinché l'Eucaristia sia il centro, l'apice, l'inizio e il fondamento della preghiera.
La Bella Signora che pianse e che attirò l'attenzione dei bambini nelle Alpi francesi vedrà che le sue lacrime non furono vane; irrigarono una montagna, per noi molto significativa, dove è piantato il nostro padre fondatore. Possa questa montagna e il messaggio di riconciliazione della Madonna portare nuova vita alle nostre comunità, a noi stessi, e possano i frutti bertheriani della formazione, della missione, dei giovani e della famiglia essere la certezza che il nostro carisma è vivo e attuale.
P. Sóstenes Luna, MSF
Commissione per la Formazione
En / inglese
Mary at La Salette invites us to prayer
In the first reflection of this series of meditations on Salette spirituality, in preparation for the commemorations of the 180th anniversary of the apparition of Our Lady on the Mountain of La Salette, Father Marian Kolodziejczyk addressed the dimension of fasting and how Mary's invitation can be updated and lived from a contemporary perspective. Continuing the series of reflections, we will explore the invitation to prayer that the Beautiful Lady extends at La Salette when, in dialogue with the children, she communicates a message of reconciliation.
In the study of spirituality, we understand the manifestation of the sacred through apparitions as "hierophany," a Greek term indicating the Sacred that reveals itself, something that the scientific method cannot fully comprehend and for which it cannot provide a purely rational explanation. Therefore, the spiritual manifestation in the face of the phenomenon of "apparitions" pushes us to utilize the dimension of faith, of religious experience, of the fact to which it refers and communicates, positively producing what we call a spiritual event and the acceptance of the miracle, or its refutation.
Mircea Eliade, in his book The Sacred and the Profane, explains with great clarity that "hierophanies" are religious phenomena that motivate religions and constitute their structural content. The apparition of Mary at "La Salette" is, above all, a hierophanic experience that reveals and confirms the need for a change in life and behaviour; it is a true call from heaven to humanity for conversion, for metanoia, a Greek term indicating a change of attitude, an inner transformation. Mary communicates to the children her concern for people's indifference towards God and religious matters.
In light of this observation and following the dialogue between the Beautiful Lady and the children, we find in the narrative the following question from Mary to the visionaries: "My children, do you pray well?" This phrase will be the starting point for everything we will develop as part of our reflection.
1. Prayer: a breath of the soul
To speak about prayer, it is necessary to deconstruct concepts or experiences that can lead us to a sort of misunderstanding of what it means to pray. Let us, therefore, begin by remembering what is breathing: breathing is something real that confirms that we are alive, that we are living beings. Air is one of the four elements and is essential for life, providing oxygen (O₂) for our breathing and carbon dioxide (CO₂) for plant photosynthesis. In times when concern for ecology and human life is so urgent, observing our breath as a concentration exercise is a way to prepare ourselves for dialogue with God. Therefore, whenever we prepare to pray, let's focus on deep breathing exercises and try to calm our bodies, which are often agitated by the frenetic pace of life and high levels of stress.
The air that enters our nostrils, passes through our lungs, and exhales through our mouth becomes the primary catalyst for a good disposition to prayer. We must oxygenate our prayer! The problem is that we almost never have time to stop, be silent, breathe, and create an atmosphere conducive to prayer.
If prayer means conversing with God, we can engage with the thought of Martin Buber in "I and Thou" (1923), a philosophical work that proposes two fundamental forms of human relationship: I-Thou (authentic encounter, dialogue, reciprocity) and I-It (objectification, utilitarianism). Buber argues that human existence is defined by the way we relate to one another, proposing the meeting of the two wills (I and Thou) for harmony in personal and communal integration. The philosopher who most directly developed Buber's thought in dialogue with him was Franz Rosenzweig, closely followed by Emmanuel Levinas. I challenge you: what does all this have to do with prayer?
Faced with this reality, let us continue our inquiries: what is my experience of dialogue with God? Of contemplation of otherness? And of commitment to caring for our common home? Using the expression "common home," typical of the late Pope Francis, caring for others can become an active form of prayer, a powerful testimony to the evangelical action of the Good Samaritan (cf. Luke 10:25-37). We know that for religious people, prayer can seem like something integral to our identity or routine; therefore, we can easily transform it into something mechanical or obligatory, emptying it of what prayer can truly offer and transform us.
2. One word is enough
This year, the Franciscan family and the Church celebrate the eight-hundredth anniversary of the death of Francis of Assisi. The Seraphic Father of the Franciscans had a very particular way of praying. Among the many stories of Francis's relationship with the friars, it is said that once, while he was walking down from Assisi to Porziuncola with Brother Leo, the two agreed to pray in silence along the way, reciting as many Our Fathers as possible. When Brother Leo caught sight of the Church of Santa Maria, that is, as they were approaching Porziuncola, he exclaimed in a loud voice: "Father Francis, I have already recited 200, and how many have you recited?" Francis smiled and said: "Leo, I couldn't finish the first Our Father, because when I said 'Father' and contemplated this grass, the streams that followed us, the song of the birds, the freedom of the animals, the consistency of the earth, the solidity of the rocks, the colours of the flowers, and the strength of the humble; all this left me in ecstasy before the greatness of God, and I could only say 'Father.'" Perhaps this little story of Franciscan spirituality is a light that can help us qualify our prayer and the harmony we can have with God.
For us Missionaries of the Holy Family, Saint Joseph is a meaningful and profound figure for our spirituality. Many of our formation houses bear the name of the worker of Nazareth. Yet, in the pages of Sacred Scripture, we find not a single word of Joseph, a man who prayed in silence. Imagine, however, the beauty of the prayer recited in the home of Nazareth, where Jesus so often listened to his father and mother chant the Word of God.
Father Berthier, in his book Le Sacerdoce (The Priesthood) and in his writings on priestly life, reminds us of prayer as the foundation of the spiritual life and ministry of the priest. Therefore, we can be excellent administrators, superb philosophers, great pastors, profound experts on the digital world, and critical theologians, but if we lack the lightness of prayer and the confidence that our daily mission is sustained by the assimilation of our being with Jesus, we can easily fall into spiritual aridity, fail to find meaning in our work, and become mere professionals of the sacred, devoid of passion for God, the Kingdom, and the mission.
3. An Observation
At La Salette, the good mother asks her children if they pray well, observing that people had stopped observing Sunday and were no longer gathering as families for spiritual practices. Today, the same appeal is made to the men and women of our time: the internet, social media, and cyberculture absorb and drain our energy. Interestingly, in many therapeutic approaches, the practice of meditation is geared toward the search for inner balance.
How much time do we dedicate each day to good meditation? The Desert Fathers, in their precious spiritual legacy, left us the technique of meditation as a process of self-knowledge. Through meditation, we can free ourselves from our resentments, we can pour the remedy of forgiveness on our wounds and heal them, we can free the person we have imprisoned within us because of the traumatic relationships that life, family, and community have imposed on us.
Meditation within the process of prayer is not a mental emptying. On the contrary, it is the conscious acceptance of our essence as human beings. It involves filling ourselves with the grace of God, which has been within us since baptism. In meditation, we can revisit places, situations, literary works, music, and events in our lives that need to be approached with sincerity and honesty, without veils or masks, revealing the beauty of knowing who we are and how a loving God fills our existential void.
Another important aspect of prayer is praying with the Church. The Liturgy of the Hours, if well prepared, well sung, and well participated in, becomes a moment of encounter with others and with the entire Church, which prays constantly. The cycle of the hours ensures that, without interruption, somewhere in the world, someone or some community is praying. Here we understand the famous Latin expression “laus perennis,” meaning “perpetual” or “continuous” praise.
There is a story of a Benedictine abbey where the abbot was very sad because he couldn't gather the community for prayer, and when they did gather, the psalms and prayers were recited very sloppily. He noticed their drowsiness, or their haste to finish; their faces no longer transfigured. The abbot pondered for a long time what he could do to encourage the community to pray with enthusiasm and vigour. One day, he had the idea of inviting the monks to pray in a boat on the lake in front of the monastery. They were thrilled with the novelty, grabbed their prayer books, and climbed aboard the boat. But when they began to pray, the melody of the psalms seemed so tiring that their initial fervour for boarding the boat faded as soon as the prayers began. One small detail: no one in the community knew how to swim, except the porter. Suddenly, a strong wind arose, the water churned up, and the boat rocked terribly; It seemed they were about to sink. Then, the older monk cried out in a loud voice, frightened: "Brothers, let us pray seriously, because the boat is about to sink and no one here knows how to swim!"
We often feel motivated to pray only when we experience extreme situations in life; in those moments, prayer seems to be an effective tool, or can motivate us, but worse still, we can come to the conclusion that prayer has no meaning for the person. It is this "nothingness" that nihilism produces in us, pushing us toward total fragmentation, toward the advent of living for the sake of living, without a purpose to fullfill. As the Italian philosopher Gianni Vattimo said: "Do I still believe in believing?"
We must cultivate a taste for praying for one another, for our brothers and sisters in the community, and for the realities we and the world experience. If we allow ourselves to be overwhelmed by this wave of indifference spread by the worldliness that surrounds us, we will be suffocated and unable to breathe.
Conclusion
Edith Stein's (Saint Teresa Benedicta of the Cross) famous quote is: "He who seeks truth, seeks God, whether he knows it or not." This idea reflects her conversion from atheism to Catholicism, based on the belief that the honest search for truth, through reason, inevitably leads to God. How many testimonies of life and prayer have our ancestors left us? We can remember our grandparents, parents, uncles, aunts, relatives, friends, and older brothers who welcomed us into the Congregation and have been a source of inspiration for us. Their simple yet deeply rooted testimonies, grounded in a theology of everyday life, have lit a flame in our hearts, enabling us to become religious, priests, and human beings passionate about God and mission.
Father Zezinho, a Dehonian priest, singer, writer, and catechist, known in Brazil for many generations, has a song that sums up the meaning of prayer: "Miracles happen when we pray and pray without ever giving up, and peace is one of these miracles, the most beautiful one could wish for. Thousands of people have found the answer in a moment of prayer. Miracles happen when we kneel with our hearts." Perhaps the greatest fruit of this year, as we reflect on the 180th anniversary of the apparition of Our Lady of La Salette, will be to find the path to inner peace, so that the practice of forgiveness is a constant in our lives and in our communities, and so that the Eucharist is the centre, the pinnacle, the beginning, and the foundation of prayer.
The Beautiful Lady who wept and who captivated the children of the French Alps will see that her tears were not in vain; they watered a mountain, very significant to us, where our founding Father is buried. May this mountain and Our Lady's message of reconciliation bring new life to our communities, to ourselves, and may the Bertherian fruits of formation, mission, youth, and family be the assurance that our charism is alive and relevant.
Fr. Sóstenes Luna, MSF
Formation Commission
FR / Francese
Marie à La Salette nous invite à la prière
Dans la première réflexion de cette série de méditations sur la spiritualité de La Salette, en préparation des commémorations du 180e anniversaire de l'apparition de Notre-Dame sur le montagne de La Salette, le Père Marian Kolodziejczyk a abordé la dimension du jeûne et la manière dont l'invitation de Marie peut être renouvelée et vécue dans une perspective contemporaine. Poursuivant cette série de réflexions, nous explorerons l'invitation à la prière que la Vierge Marie adresse à La Salette lorsqu'elle communique, en dialogue avec les enfants, un message de réconciliation.
Dans l'étude de la spiritualité, nous comprenons la manifestation du sacré à travers les apparitions comme une « hiérophanie », terme grec désignant le Sacré qui se révèle, un phénomène que la méthode scientifique ne peut pleinement appréhender ni expliquer de manière purement rationnelle. Ainsi, la manifestation spirituelle face au phénomène des « apparitions » nous incite à mobiliser la dimension de la foi, de l'expérience religieuse, du fait auquel elle se réfère et qu'elle communique, produisant positivement ce que nous appelons un événement spirituel et l'acceptation du miracle, ou sa réfutation. Dans son ouvrage Le Sacré et le Profane, Mircea Eliade explique avec une grande clarté que les hiérophanies sont des phénomènes religieux qui animent les religions et constituent leur contenu structurel. L'apparition de Marie à La Salette est avant tout une expérience hiérophanique qui révèle et confirme la nécessité d'un changement de vie et de comportement ; c'est un véritable appel du Ciel à la conversion, à la métanoïa, terme grec désignant un changement d'attitude, une transformation intérieure. Marie communique aux enfants son inquiétude face à l'indifférence des hommes envers Dieu et la religion.
À la lumière de cette observation et suite au dialogue entre la Vierge Marie et les enfants, nous trouvons dans le récit la question suivante de Marie aux voyants : « Mes enfants, priez-vous bien ? » Cette phrase sera le point de départ de notre réflexion.
1. La prière : un souffle de l'âme
Pour parler de la prière, il est nécessaire de déconstruire les concepts ou les expériences qui peuvent nous conduire à une forme d'incompréhension de ce que signifie prier. Commençons donc par nous souvenir de la respiration : respirer est une réalité qui confirme notre existence, notre humanité. L'air est l'un des quatre éléments et est essentiel à la vie ; il fournit l'oxygène (O₂) nécessaire à notre respiration et le dioxyde de carbone (CO₂) à la photosynthèse des plantes. À une époque où la protection de l'écologie et la préservation de la vie humaine sont si cruciales, observer sa respiration comme un exercice de concentration est une manière de se préparer au dialogue avec Dieu. Ainsi, avant de prier, concentrons-nous sur des exercices de respiration profonde et essayons de calmer notre corps, souvent agité par le rythme effréné de la vie et le stress.
L'air qui entre par nos narines, traverse nos poumons et est expiré par notre bouche est le premier élément favorisant d'une bonne disposition à la prière. Il nous faut oxygéner notre prière ! Le problème est que nous n'avons presque jamais le temps de nous arrêter, de faire silence, de respirer et de créer une atmosphère favorable à la prière.
Si la prière consiste à dialoguer avec Dieu, nous pouvons nous pencher sur la pensée de Martin Buber dans « Je et Tu » (1923), ouvrage philosophique qui propose deux formes fondamentales de relation humaine : Je-Tu (rencontre authentique, dialogue, réciprocité) et Je-Ça (objectivation, utilitarisme). Buber soutient que l’existence humaine se définit par la manière dont nous entrons en relation les uns avec les autres, et propose la rencontre des deux volontés (Je et Tu) pour une harmonie dans l’intégration personnelle et communautaire. Le philosophe qui a le plus directement développé la pensée de Buber en dialogue avec lui est Franz Rosenzweig, suivi de près par Emmanuel Levinas. Je vous interpelle : quel est le rapport avec la prière ?
Face à cette réalité, continuons à nous interroger : quelle est mon expérience du dialogue avec Dieu ? De la contemplation de l’altérité ? Et de l’engagement à prendre soin de notre maison commune ? En reprenant l'expression « maison commune », du pape François, prendre soin des autres peut devenir une forme active de prière, un puissant témoignage de l'action évangélique du Bon Samaritain (cf. Luc 10, 25-37). Nous savons que pour les croyants, la prière peut sembler indissociable de leur identité ou de leur routine ; il est donc facile de la transformer en un acte mécanique ou obligatoire, la vidant ainsi de sa véritable dimension transformatrice.
2. Un seul mot suffit
Cette année, la famille franciscaine et l'Église célèbrent le huit centième anniversaire de la fête de Pâques de François d'Assise. Le Père séraphique des Franciscains avait une manière très particulière de prier. Parmi les nombreux récits de la relation de François avec les frères, on raconte qu'un jour, alors qu'il descendait d'Assise à Porziuncola avec frère Léon, ils convinrent de prier en silence tout au long du chemin, récitant autant de Notre Père que possible. Lorsque frère Léo aperçut l'église Santa Maria, alors qu'ils approchaient de la Portioncule, il s'exclama à haute voix : « Père François, j'en ai déjà récité 200, et vous ? » François sourit et répondit : « Léo, je n'ai pas pu terminer le premier Notre Père, car lorsque j'ai dit "Père" et que j'ai contemplé cette herbe, les ruisseaux qui nous accompagnaient, le chant des oiseaux, la liberté des animaux, la consistance de la terre, la solidité des rochers, les couleurs des fleurs et la force des humbles, tout cela m'a plongé dans l'extase devant la grandeur de Dieu, et je n'ai pu que dire "Père". » Peut-être cette petite histoire de la spiritualité franciscaine est-elle une lumière qui peut nous aider à mieux comprendre notre prière et l'harmonie que nous pouvons avoir avec Dieu.
Pour nous, Missionnaires de la Sainte Famille, saint Joseph est une figure expressive et profonde de notre spiritualité. Beaucoup de nos maisons de formation portent le nom de celui qui a œuvré à Nazareth. Pourtant, dans les pages de l’Écriture Sainte, nous ne trouvons pas un seul mot de Joseph, cet homme qui priait en silence. Imaginons, en revanche, la beauté de la prière récitée dans la maison de Nazareth, où Jésus écoutait si souvent son père et sa mère chanter la Parole de Dieu.
Le Père Berthier, dans son livre « Le Sacerdoce » et dans ses écrits sur la vie sacerdotale, nous rappelle que la prière est le fondement de la vie spirituelle et du ministère du prêtre. Ainsi, nous pouvons être d’excellents administrateurs, de brillants philosophes, de grands pasteurs, des experts du monde numérique et des théologiens critiques, mais si nous manquons de la légèreté de la prière et de la confiance que notre mission quotidienne est soutenue par notre union à Jésus, nous pouvons facilement sombrer dans l’aridité spirituelle, ne plus trouver de sens à notre travail et devenir de simples professionnels du sacré, dépourvus de passion pour Dieu, le Royaume et la mission.
3. Une observation
À La Salette, la bonne mère demande à ses enfants s'ils prient bien, constatant que l'on a cessé d'observer le dimanche et que les familles ne se réunissent plus pour des pratiques spirituelles. Aujourd'hui, le même appel est lancé aux hommes et aux femmes de notre époque : internet, les réseaux sociaux et la cyberculture absorbent et épuisent notre énergie. Il est intéressant de noter que, dans de nombreuses approches thérapeutiques, la pratique de la méditation vise la recherche de l'équilibre intérieur.
Combien de temps consacrons-nous chaque jour à une bonne méditation ? Les Pères du désert, dans leur précieux héritage spirituel, nous ont légué la technique de la méditation comme processus de connaissance de soi. Par la méditation, nous pouvons nous libérer de nos ressentiments, nous pouvons répandre le remède du pardon sur nos blessures et les guérir, nous pouvons libérer les personnes que nous avons emprisonnées en nous, à l'origine des relations traumatisantes que la vie, la famille et la communauté nous ont imposées.
La méditation dans le cadre de la prière n'est pas un vide mental ; au contraire, c'est l'acceptation consciente de notre essence d'êtres humains. Il s'agit de se remplir de la grâce de Dieu, présente en nous depuis le baptême. Par la méditation, nous pouvons revisiter des lieux, des situations, des œuvres littéraires, de la musique et des événements de notre vie qui méritent d'être abordés avec sincérité et honnêteté, sans voile ni masque, révélant ainsi la beauté de la connaissance de soi et la manière dont un Dieu d'amour comble notre vide existentiel.
Un autre aspect important de la prière est la prière avec l'Église. La Liturgie des Heures, bien préparée, bien chantée et vécue avec ferveur, devient un moment de rencontre avec les autres et avec toute l'Église, qui prie sans cesse. Le cycle des Heures garantit que, sans interruption, quelque part dans le monde, une personne ou une communauté prie. On comprend ici le sens de la célèbre expression latine « laus perennis », qui signifie louange « perpétuelle » ou « continuelle ».
On raconte l'histoire d'une abbaye bénédictine où l'abbé était très triste de ne pouvoir réunir la communauté pour la prière, et lorsque celle-ci se réunissait enfin, les psaumes et les prières étaient récités avec beaucoup de négligence. Il remarqua leur assoupissement, leur empressement à terminer ; leurs visages n'étaient plus transfigurés. L'abbé réfléchit longuement à ce qu'il pourrait faire pour encourager la communauté à prier avec enthousiasme et ferveur.
Un jour, il eut l'idée d'inviter les moines à prier dans une barque sur le lac en face du monastère. Enthousiasmés par la nouveauté, ils s'emparèrent de leurs livres de prières et montèrent à bord. Mais lorsqu'ils commencèrent à prier, la mélodie des psaumes leur parut si lassante que leur enthousiasme initial s'évanouit aussitôt. Un petit détail : personne dans la communauté ne savait nager, à l'exception du portier. Soudain, un vent violent se leva, l'eau s'agita et la barque tangua terriblement ; ils semblèrent sur le point de couler. Alors, le moine le plus âgé s'écria d'une voix forte, effrayé : « Frères, prions sérieusement, car la barque va couler et personne ici ne sait nager ! » Souvent, nous ne sommes motivés à prier que lorsque nous traversons des épreuves extrêmes ; dans ces moments-là, la prière semble être un outil efficace, ou peut nous motiver, mais pire encore, nous pouvons en venir à la conclusion que la prière n'a aucun sens pour nous. C'est ce « néant » que le nihilisme engendre en nous, nous poussant vers une fragmentation totale, vers une existence dénuée de sens, sans but à atteindre. Comme le disait le philosophe italien Gianni Vattimo : « Est-ce que je crois encore à la croyance ? »
Nous devons cultiver le goût de la prière les uns pour les autres, pour nos frères et sœurs de la communauté, et pour les réalités que nous et le monde vivons. Si nous nous laissons submerger par cette vague d'indifférence propagée par la mondanité qui nous entoure, nous serons suffoqués et incapables de respirer.
Conclusion :
La célèbre citation d'Edith Stein (Sainte Thérèse-Bénédicte de la Croix) est : « Celui qui cherche la vérité cherche Dieu, qu'il le sache ou non. » Cette idée reflète sa conversion de l'athéisme au catholicisme, fondée sur la conviction que la recherche sincère de la vérité, par la raison, conduit inévitablement à Dieu. Combien de témoignages de vie et de prière nos ancêtres nous ont-ils légués ? Nous pouvons nous souvenir de nos grands-parents, parents, oncles, tantes, proches, amis et frères aînés qui nous ont accueillis dans la Congrégation et qui ont été pour nous une source d'inspiration. Leurs témoignages, à la fois simples et profondément enracinés, puisant leur inspiration dans une théologie du quotidien, ont allumé une flamme dans nos cœurs, nous incitant à devenir religieux, prêtres et êtres humains passionnés par Dieu et la mission.
Le Père Zezinho, prêtre déhonien, chanteur, écrivain et catéchiste, connu au Brésil depuis des générations, a composé une chanson qui résume le sens de la prière : « Les miracles se produisent lorsque nous prions sans relâche, et la paix est l’un de ces miracles, le plus beau que l’on puisse souhaiter. Des milliers de personnes ont trouvé la réponse dans un moment de prière. Les miracles se produisent lorsque nous nous agenouillons, le cœur ouvert.» Le plus beau fruit de cette année, alors que nous commémorons le 180e anniversaire de l’apparition de Notre-Dame de La Salette, sera peut-être de trouver le chemin de la paix intérieure, afin que la pratique du pardon soit une constante dans nos vies et dans nos communautés, et que l’Eucharistie soit le centre, le sommet, le commencement et le fondement de la prière.
La Belle Dame qui a pleuréa et attiré l’attention des enfants des Alpes françaises verra que ses larmes n'ont pas été vaines ; elles ont arrosé une montagne, si précieuse à nos yeux, où repose notre père fondateur. Puisse cette montagne et le message de réconciliation de Notre-Dame insuffler une vie nouvelle à nos communautés et à nous-mêmes, et que les fruits berthériens de la formation, de la mission, de la jeunesse et de la famille soient l'assurance que notre charisme est vivant et pertinent.
Père Sóstenes Luna, MSF
Commission de la formation
IDN / Indonesiano
Maria La Salette Mengundang Kita Untuk Berdoa
Dalam refleksi pertama dari rangkaian meditasi tentang spiritualitas La Salette—sebagai persiapan memperingati 180 tahun penampakan Bunda Maria di Gunung La Salette—P. Marian Kolodziejczyk membahas dimensi puasa serta bagaimana undangan Maria dapat diperbarui dan dihayati dalam konteks masa kini. Melanjutkan rangkaian refleksi ini, kita akan menelusuri lebih dalam undangan untuk berdoa yang disampaikan Bunda Maria di La Salette, ketika dalam dialog dengan anak-anak Ia menghadirkan pesan rekonsiliasi yang tetap relevan bagi kehidupan iman saat ini.
Dalam studi spiritualitas, manifestasi sakral dalam bentuk penampakan dipahami sebagai hierofani, sebuah istilah dari bahasa Yunani yang merujuk pada penyingkapan Yang Sakral—realitas yang tidak sepenuhnya dapat dijangkau atau dijelaskan secara rasional melalui metode ilmiah. Oleh karena itu, dalam menghadapi fenomena penampakan, pendekatan spiritual mengajak kita untuk melibatkan dimensi iman, pengalaman religius, serta fakta yang dirujuk dan dikomunikasikan. Keseluruhan ini dapat mengantar pada pemahaman akan suatu peristiwa sebagai pengalaman spiritual, yang kemudian diterima sebagai mukjizat—atau sebaliknya, ditolak.
Mircea Eliade, dalam bukunya The Sacred and the Profane, menjelaskan bahwa hierofani adalah fenomena religius yang menggerakkan agama sekaligus membentuk struktur dasarnya. Penampakan Maria di La Salette, pada hakikatnya, merupakan pengalaman hierofani; pengalaman yang mengungkapkan dan menegaskan kebutuhan akan perubahan hidup dan perilaku. Peristiwa ini menjadi panggilan nyata dari surga kepada umat manusia untuk bertobat—untuk mengalami metanoia, istilah Yunani yang menunjuk pada perubahan sikap dan transformasi batin. Melalui dialognya dengan anak-anak, Maria menyampaikan keprihatinannya atas sikap ketidakpedulian manusia terhadap Tuhan dan hal-hal rohani, sekaligus mengundang mereka kembali kepada kehidupan iman yang lebih hidup dan autentik.
Bertolak dari pengamatan ini, serta mengikuti dialog antara Bunda Maria dan anak-anak, kita menemukan dalam narasi pertanyaan Maria kepada para visioner: “Anak-anakku, apakah kalian berdoa dengan baik?” Pertanyaan sederhana ini menjadi titik tolak bagi seluruh pengembangan refleksi kita selanjutnya.
1. Doa: napas jiwa
Untuk berbicara tentang doa, kita perlu terlebih dahulu menguraikan konsep atau pengalaman yang kerap menimbulkan kesalahpahaman tentang makna berdoa itu sendiri. Sebagai titik awal, marilah kita mengingat kembali hal yang paling mendasar: pernapasan. Pernapasan adalah kenyataan sederhana yang menegaskan bahwa kita hidup—bahwa kita adalah makhluk yang bernapas. Udara, sebagai salah satu dari empat unsur, memegang peranan yang sangat penting bagi kehidupan. Ia menyediakan oksigen (O₂) yang kita hirup untuk bernapas, sekaligus karbon dioksida (CO₂) yang dibutuhkan tumbuhan dalam proses fotosintesis. Di tengah meningkatnya kepedulian terhadap ekologi dan keberlangsungan hidup manusia, menyadari napas kita dapat menjadi sebuah latihan konsentrasi yang mempersiapkan diri untuk berdialog dengan Tuhan. Karena itu, setiap kali kita hendak berdoa, marilah kita memulainya dengan memusatkan perhatian pada pernapasan yang dalam dan teratur. Dengan demikian, kita dapat menenangkan tubuh yang sering kali gelisah akibat hiruk-pikuk kehidupan dan tingginya tingkat stres.
Udara yang kita hirup melalui hidung, yang mengalir ke paru-paru, lalu kita hembuskan kembali, dapat menjadi katalis utama untuk membangun disposisi batin yang baik dalam berdoa. Dengan kata lain, kita perlu “mengoksigenasi” doa kita. Namun, persoalannya adalah kita hampir tidak pernah memberi diri kita waktu untuk berhenti sejenak—untuk diam, bernapas dengan sadar, dan menciptakan suasana yang sungguh kondusif bagi doa.
Jika doa dipahami sebagai percakapan dengan Tuhan, kita dapat meninjaunya melalui pemikiran Martin Buber dalam Aku dan Engkau (1923). Dalam karya filosofis ini, Buber mengemukakan dua bentuk dasar relasi manusia: Aku–Engkau—yakni perjumpaan yang otentik, dialogis, dan timbal balik—serta Aku–Itu, yang cenderung mereduksi yang lain menjadi objek dan sarana. Bagi Buber, eksistensi manusia ditentukan oleh cara kita berelasi. Ia menekankan pentingnya pertemuan antara dua kehendak—Aku dan Engkau—yang membuka kemungkinan terciptanya harmoni, baik dalam integrasi pribadi maupun dalam kehidupan bersama. Gagasan ini kemudian dikembangkan lebih lanjut oleh Franz Rosenzweig, dan setelahnya oleh Emmanuel Levinas, yang memperdalam refleksi tentang relasi dan tanggung jawab terhadap yang lain. Pertanyaannya kemudian: apa hubungan semua ini dengan doa?
Dihadapkan pada realitas ini, marilah kita terus bertanya pada diri sendiri: bagaimana pengalaman saya dalam berdialog dengan Tuhan? Bagaimana saya merenungkan perbedaan yang ada di sekitar saya? Dan sejauh mana saya sungguh berkomitmen untuk merawat “rumah bersama” kita? Dengan menggunakan ungkapan “rumah bersama” yang begitu khas dari mendiang Paus Fransiskus, merawat sesama dapat dipahami sebagai bentuk doa yang hidup—sebuah kesaksian nyata yang mencerminkan tindakan Injil tentang Orang Samaria yang Baik Hati (bdk. Lukas 10:25–37). Namun kita juga tahu bahwa bagi orang-orang beriman, doa sering kali terasa begitu melekat pada identitas atau rutinitas sehari-hari. Karena itu, tanpa disadari, ia dapat berubah menjadi sesuatu yang mekanis atau sekadar kewajiban, hingga kehilangan daya ubahnya dan tidak lagi membuka ruang bagi transformasi batin yang seharusnya dihadirkannya.
2. Satu kata saja sudah cukup
Tahun ini, keluarga Fransiskan dan Gereja memperingati delapan abad Paskah Santo Fransiskus dari Assisi. Bapa Serafik dari Fransiskan dikenal memiliki cara berdoa yang sangat khas. Di antara banyak kisah tentang relasinya dengan para biarawan, diceritakan bahwa suatu ketika ia berjalan dari Assisi menuju Porziuncola bersama Bruder Leo. Dalam perjalanan itu, keduanya sepakat untuk berdoa dalam keheningan, dengan melafalkan Doa Bapa Kami sebanyak mungkin. Namun, ketika Bruder Leo melihat Gereja Santa Maria—tanda bahwa mereka telah mendekati Porziuncola—ia berseru dengan penuh semangat: “Pastor Fransiskus, saya sudah mengucapkan 200 doa. Berapa banyak yang sudah Anda ucapkan?” Fransiskus tersenyum dan menjawab: “Leo, saya bahkan belum dapat menyelesaikan doa Bapa Kami yang pertama. Karena ketika saya mengucapkan ‘Bapa’ dan merenungkan rumput di bawah kaki kita, aliran sungai yang mengikuti perjalanan kita, nyanyian burung-burung, kebebasan hewan-hewan, keteguhan bumi, kekokohan batu-batu, warna-warni bunga, serta kekuatan orang-orang yang rendah hati, semuanya itu membuat saya terpesona di hadapan kebesaran Tuhan. Dan pada akhirnya, saya hanya mampu mengucapkan: ‘Bapa’. Mungkin kisah kecil tentang spiritualitas Fransiskan ini dapat menjadi terang yang membantu kita memahami kembali kualitas doa kita, serta harmoni yang dapat kita bangun dalam relasi kita dengan Tuhan.
Bagi kita para Misionaris Keluarga Kudus, Santo Yusuf adalah figur yang begitu kaya makna dan mendalam bagi spiritualitas kita. Tidak sedikit rumah pembinaan kita yang menyandang nama pekerja dari Nazaret ini. Namun, dalam halaman-halaman Kitab Suci, kita tidak menemukan satu kata pun dari Yusuf, seorang pria yang berdoa dalam diam. Bayangkan, bagaimanapun, keindahan doa yang dilantunkan di rumah Nazaret, tempat Yesus sering mendengarkan ayah dan ibunya melantunkan Firman Tuhan.
Pater Berthier, dalam bukunya Le Sacerdoce (Imamat) serta dalam tulisan-tulisannya tentang kehidupan imamat, mengingatkan kita bahwa doa merupakan dasar kehidupan rohani dan pelayanan seorang imam. Karena itu, seseorang dapat menjadi administrator yang andal, filsuf yang brilian, gembala yang efektif, ahli yang mendalam dalam dunia digital, maupun teolog yang kritis. Namun, jika ia tidak memiliki keintiman dalam doa dan tidak sungguh meyakini bahwa misi hariannya ditopang oleh penyatuan dirinya dengan Kristus, ia akan mudah jatuh ke dalam kekeringan rohani, kehilangan makna dalam pelayanannya, dan akhirnya hanya menjadi seorang profesional dalam hal-hal yang kudus—tanpa gairah akan Allah, Kerajaan-Nya, dan misi-Nya.
3. Sebuah Pengamatan
Di La Salette, Bunda yang baik bertanya kepada anak-anak apakah mereka berdoa dengan baik, seraya mengamati bahwa banyak orang telah berhenti menguduskan hari Minggu dan tidak lagi berkumpul sebagai keluarga untuk menjalankan kehidupan rohani. Kini, seruan yang sama kembali ditujukan kepada pria dan wanita zaman ini. Internet, jejaring sosial, dan budaya digital kerap menyerap perhatian sekaligus menguras energi batin kita. Menariknya, dalam berbagai pendekatan terapeutik modern, praktik meditasi justru diarahkan pada upaya menemukan kembali keseimbangan batin dan ketenangan diri.
Berapa banyak waktu yang kita dedikasikan setiap hari untuk meditasi yang sungguh baik? Para Bapa Padang Gurun, dalam warisan spiritual mereka yang begitu berharga, mewariskan praktik meditasi sebagai jalan menuju pengenalan diri yang lebih dalam. Melalui meditasi, kita diajak untuk melepaskan diri dari kebencian yang kita simpan, menuangkan obat pengampunan ke atas luka-luka batin kita agar perlahan disembuhkan, serta membebaskan orang-orang yang telah kita “penjarakan” dalam diri kita sendiri—mereka yang mungkin menjadi bagian dari luka relasi yang ditinggalkan oleh kehidupan, keluarga, maupun komunitas.
Meditasi dalam proses doa bukanlah pengosongan pikiran, melainkan penerimaan yang sadar akan hakikat kita sebagai manusia. Ia justru merupakan pengisian diri dengan rahmat Tuhan yang telah berdiam dalam diri kita sejak baptisan. Dalam meditasi, kita diajak untuk kembali meninjau tempat-tempat, situasi, karya-karya sastra, musik, serta peristiwa-peristiwa hidup yang perlu kita hadapi dengan ketulusan dan kejujuran, tanpa tabir maupun topeng. Di sana, kita belajar mengungkapkan keindahan dalam mengenali diri kita apa adanya, sekaligus menyadari bagaimana Tuhan yang penuh kasih senantiasa mengisi kekosongan eksistensial kita.
Aspek penting lainnya dalam doa adalah berdoa bersama Gereja. Liturgi Jam-Jam Doa, apabila dipersiapkan dengan baik, dirayakan dengan baik, dan dihayati dengan penuh kesadaran, menjadi momen perjumpaan, tidak hanya dengan sesama, tetapi juga dengan seluruh Gereja yang senantiasa berdoa tanpa henti. Siklus doa ini memastikan bahwa, tanpa putus, selalu ada di suatu tempat di dunia ini seseorang atau suatu komunitas yang sedang memuji Tuhan. Di sinilah kita memahami ungkapan Latin yang terkenal, laus perennis, yakni pujian yang “abadi” atau “terus-menerus” dipersembahkan kepada Allah.
Ada sebuah kisah tentang sebuah biara Benediktin, di mana sang kepala biara merasa sangat sedih karena ia tidak lagi mampu mengumpulkan komunitasnya untuk berdoa dengan sungguh-sungguh. Bahkan ketika mereka berhasil berkumpul, mazmur dan doa-doa dilantunkan dengan tergesa-gesa dan tanpa perhatian yang semestinya. Ia mengamati bagaimana para biarawan mudah diserang kantuk, atau justru tergesa-gesa ingin segera mengakhiri doa mereka. Wajah mereka pun tampak datar, tanpa lagi memancarkan perubahan batin yang biasanya lahir dari doa yang dihayati. Dalam keprihatinannya, sang kepala biara merenung panjang, mencari cara untuk membangkitkan kembali semangat komunitasnya agar mereka dapat kembali berdoa dengan antusias dan penuh penghayatan.
Suatu hari, ia mendapat gagasan untuk mengajak para biarawan berdoa di atas perahu di danau yang terletak di depan biara. Para biarawan menyambut ide itu dengan gembira, mengambil buku doa mereka, lalu naik ke perahu dengan penuh antusias. Namun, ketika mereka mulai berdoa, lantunan mazmur yang semula terasa baru dan menyegarkan itu justru berubah menjadi sesuatu yang melelahkan, sehingga semangat awal mereka perlahan memudar begitu doa dimulai. Ada satu detail penting: tidak seorang pun dalam komunitas itu yang dapat berenang, kecuali sang porter. Tiba-tiba, angin kencang bertiup, air danau bergejolak, dan perahu mulai bergoyang hebat; tampaknya mereka akan segera tenggelam. Dalam situasi panik itu, seorang biarawan yang lebih tua berteriak dengan suara keras: “Saudara-saudara, mari kita berdoa dengan sungguh-sungguh, karena perahu ini akan tenggelam, dan tidak seorang pun di sini yang bisa berenang!”
Kita sering merasa terdorong untuk berdoa hanya ketika berada dalam situasi-situasi yang ekstrem dalam hidup. Pada saat-saat seperti itu, doa tampak sebagai sarana yang efektif, bahkan dapat menjadi dorongan emosional yang kuat. Namun, yang lebih memprihatinkan, kita bisa sampai pada kesimpulan bahwa doa tidak lagi memiliki makna bagi diri kita. “Kehampaan” inilah yang dihasilkan oleh nihilisme dalam diri kita, yang mendorong pada fragmentasi eksistensi secara total—pada kehidupan yang dijalani demi kehidupan itu sendiri, tanpa tujuan yang hendak dicapai. Seperti yang diungkapkan filsuf Italia Gianni Vattimo: “Apakah aku masih percaya pada keyakinan?”
Kita perlu menumbuhkan kembali kerinduan untuk berdoa bagi satu sama lain, bagi saudara-saudari kita dalam komunitas, serta bagi realitas yang kita dan dunia alami bersama. Jika kita membiarkan diri kita terseret oleh arus ketidakpedulian yang disebarkan oleh keduniawian yang mengelilingi kita, kita perlahan akan tercekik dan kehilangan kemampuan untuk bernapas secara rohani.
Kesimpulan
Kutipan terkenal dari Edith Stein (Santa Teresa Benedikta dari Salib) menyatakan: “Siapa pun yang mencari kebenaran, sesungguhnya mencari Tuhan, entah ia menyadarinya atau tidak.” Gagasan ini mencerminkan perjalanannya dari ateisme menuju iman Katolik, berlandaskan keyakinan bahwa pencarian kebenaran yang jujur melalui akal budi pada akhirnya akan mengarahkan manusia kepada Tuhan. Betapa banyak kesaksian hidup dan doa yang telah diwariskan oleh para pendahulu kita. Kita dapat mengenang kakek-nenek, orang tua, paman, bibi, kerabat, sahabat, serta saudara-saudari yang telah menyambut kita ke dalam Kongregasi dan menjadi sumber inspirasi dalam perjalanan panggilan kita. Kesaksian mereka yang sederhana namun mendalam, yang berakar pada “teologi kehidupan sehari-hari”, telah menyalakan api di dalam hati kita, sehingga kita dimampukan menjadi religius, imam, dan pribadi-pribadi yang bersemangat bagi Tuhan dan misi-Nya. Pastor Zezinho, seorang imam Dehonian, penyanyi, penulis, dan katekis yang dikenal luas di Brasil selama beberapa generasi, mengungkapkan makna doa dalam sebuah lagunya: “Mukjizat terjadi ketika kita berdoa dan terus berdoa tanpa pernah menyerah, dan damai adalah salah satu mukjizat itu, yang paling indah yang dapat kita harapkan. Ribuan orang telah menemukan jawaban dalam saat-saat doa. Mukjizat terjadi ketika kita berlutut dengan hati kita.” Mungkin buah terbesar dari tahun ini, ketika kita merenungkan peringatan 180 tahun penampakan Bunda Maria dari La Salette, adalah ditemukannya kembali jalan menuju kedamaian batin, sehingga pengampunan menjadi sikap yang terus-menerus hidup dalam diri kita dan dalam komunitas kita, serta Ekaristi menjadi pusat, puncak, awal, dan dasar dari doa kita.
Wanita Cantik yang menangis dan memikat hati anak-anak di pegunungan Alpen Prancis tidak akan melihat air matanya sia-sia; air mata itu telah menyirami sebuah gunung yang sangat penting bagi kita, tempat di mana pendiri kita dimakamkan.
Semoga gunung ini dan pesan rekonsiliasi dari Bunda Maria membawa kehidupan baru bagi komunitas kita dan bagi diri kita sendiri. Semoga pula buah-buah formasi, misi, pastoral kaum muda, dan pelayanan keluarga di Bertheria menjadi tanda bahwa karisma kita tetap hidup dan relevan hingga hari ini.
Pastor Sóstenes Luna, MSF
Komisi Formatio
PL / Polacco
Maryja w La Salette zaprasza nas do modlitwy
W pierwszej refleksji z serii rozważań nad duchowością Saletyńską, przygotowując się do obchodów 180. rocznicy objawienia Matki Bożej na Górze La Salette, Ks. Marian Kołodziejczyk poruszył kwestię postu oraz tego, jak zaproszenie Maryi można zaktualizować i przeżywać z perspektywy współczesności. Kontynuując serię rozważań, zgłębimy zaproszenie do modlitwy, jakie Piękna Pani kieruje do dzieci w La Salette, przekazując im przesłanie pojednania.
W badaniach nad duchowością rozumiemy manifestację sacrum poprzez objawienia jako „hierofanię”, grecki termin oznaczający Sacrum, które się objawia, czego metoda naukowa nie jest w stanie w pełni pojąć ani zapewnić czysto racjonalnego wyjaśnienia. Dlatego też manifestacja duchowa w obliczu zjawiska „objawień” skłania nas do wykorzystania wymiaru wiary, doświadczenia religijnego, faktu, do którego się odnosi i który komunikuje, pozytywnie wywołując to, co nazywamy wydarzeniem duchowym i akceptacją cudu lub jego odrzuceniem.
Mircea Eliade w swojej książce „Sacrum i profanum” wyjaśnia z wielką jasnością, że „hierofanie” to zjawiska religijne, które motywują religie i stanowią ich strukturalną treść. Objawienie Maryi w „La Salette” to przede wszystkim doświadczenie hierofaniczne, które ujawnia i potwierdza potrzebę zmiany życia i postępowania; to prawdziwe wezwanie z nieba skierowane do ludzkości o nawrócenie, o metanoię – grecki termin oznaczający zmianę postawy, wewnętrzną przemianę. Maryja przekazuje dzieciom swoją troskę o obojętność ludzi wobec Boga i spraw religijnych.
W świetle tej obserwacji i śledząc dialog między Piękną Panią a dziećmi, w narracji znajdujemy następujące pytanie Maryi do widzących: „Dzieci moje, czy dobrze się modlicie?” To zdanie będzie punktem wyjścia dla wszystkiego, co rozwiniemy w ramach naszej refleksji.
1. Modlitwa: oddech duszy
Aby mówić o modlitwie, konieczna jest dekonstrukcja pojęć lub doświadczeń, które mogą prowadzić do pewnego rodzaju niezrozumienia, co to znaczy modlić się. Zacznijmy zatem od przypomnienia sobie oddechu: oddech jest czymś realnym, co potwierdza, że żyjemy, że jesteśmy istotami żywymi. Powietrze jest jednym z czterech żywiołów i jest niezbędne do życia, dostarczając tlen (O₂) do oddychania i dwutlenek węgla (CO₂) do fotosyntezy roślin. W czasach, gdy troska o ekologię i ludzkie życie jest tak pilna, obserwowanie oddechu jako ćwiczenie koncentracji jest sposobem na przygotowanie się do dialogu z Bogiem. Dlatego zawsze, gdy przygotowujemy się do modlitwy, skupmy się na ćwiczeniach głębokiego oddychania i starajmy się uspokoić nasze ciała, często pobudzone przez szaleńcze tempo życia i wysoki poziom stresu.
Powietrze, które dostaje się do naszych nozdrzy, przechodzi przez płuca i wydycha przez usta, staje się głównym katalizatorem dobrego nastawienia do modlitwy. Musimy dotlenić naszą modlitwę! Problem w tym, że prawie nigdy nie mamy czasu, by się zatrzymać, wyciszyć, odetchnąć i stworzyć atmosferę sprzyjającą modlitwie.
Jeśli modlitwa oznacza rozmowę z Bogiem, możemy nawiązać do myśli Martina Bubera zawartej w „Ja i Ty” (1923), dziele filozoficznym, które proponuje dwie fundamentalne formy relacji międzyludzkich: Ja-Ty (autentyczne spotkanie, dialog, wzajemność) i Ja-Ono (uprzedmiotowienie, utylitaryzm). Buber argumentuje, że ludzka egzystencja jest definiowana przez sposób, w jaki odnosimy się do siebie, proponując spotkanie dwóch woli (Ja i Ty) dla harmonii w integracji osobistej i wspólnotowej. Filozofem, który najbardziej bezpośrednio rozwinął myśl Bubera w dialogu z nim, był Franz Rosenzweig, a tuż za nim Emmanuel Levinas. Rzucam wam wyzwanie: co to wszystko ma wspólnego z modlitwą?
W obliczu tej rzeczywistości zadawajmy sobie wciąż pytanie: jakie jest moje doświadczenie dialogu z Bogiem? Kontemplacji inności? I zaangażowania w troskę o nasz wspólny dom? Używając określenia „wspólny dom”, typowego dla zmarłego papieża Franciszka, troska o innych może stać się aktywną formą modlitwy, mocnym świadectwem ewangelicznego działania Dobrego Samarytanina (por. Łk 10, 25-37). Wiemy, że dla osób religijnych modlitwa może wydawać się czymś integralnym z naszej tożsamości lub rutyną; dlatego łatwo możemy przekształcić ją w coś mechanicznego lub obowiązkowego, pozbawiając ją tego, co modlitwa może nam naprawdę zaoferować i przemienić.
2. Jedno słowo wystarczy
W tym roku rodzina franciszkańska i Kościół obchodzą osiemsetną rocznicę Świąt Wielkanocnych św. Franciszka z Asyżu. Seraficki Ojciec Franciszkanów miał bardzo szczególny sposób modlitwy. Wśród licznych opowieści o relacjach Franciszka z braćmi, mówi się, że pewnego razu, gdy schodził z Asyżu do Porcjunkuli z bratem Leonem, zgodzili się modlić w milczeniu po drodze, odmawiając jak najwięcej „Ojcze nasz”. Kiedy brat Leo ujrzał kościół Santa Maria, to znaczy, gdy zbliżali się do Porcjunkuli, zawołał donośnym głosem: „Ojcze Franciszku, odmówiłem już 200, a ty ile odmówiłeś?”. Franciszek uśmiechnął się i powiedział: „Leo, nie mogłem dokończyć pierwszego Ojcze Nasz, bo kiedy powiedziałem „Ojcze” i kontemplowałem tę trawę, strumienie, które płynęły za nami, śpiew ptaków, wolność zwierząt, konsystencję ziemi, solidność skał, barwy kwiatów i siłę pokory – wszystko to wprawiło mnie w ekstazę przed wielkością Boga i mogłem powiedzieć tylko „Ojcze”. Być może ta krótka historia franciszkańskiej duchowości jest światłem, które pomoże nam określić naszą modlitwę i harmonię, jaką możemy osiągnąć z Bogiem. Dla nas, Misjonarzy Świętej Rodziny, święty Józef jest postacią wyrazistą i głęboką dla naszej duchowości. Wiele naszych domów formacyjnych nosi imię Robotnika z Nazaretu. A jednak na kartach Pisma Świętego nie znajdziemy ani jednego słowa Józefa, człowieka, który modlił się w milczeniu. Wyobraźmy sobie jednak piękno modlitwy odmawianej w domu w Nazarecie, gdzie Jezus tak często słuchał, jak jego ojciec i matka śpiewają Słowo Boże.
Ojciec Berthier w swojej książce „Le Sacerdoce” (Kapłaństwo) i w swoich pismach o życiu kapłańskim przypomina nam o modlitwie jako fundamencie życia duchowego i posługi kapłana. Możemy zatem być znakomitymi administratorami, wybitnymi filozofami, wielkimi duszpasterzami, głębokimi ekspertami od świata cyfrowego i krytycznymi teologami, ale jeśli zabraknie nam lekkości modlitwy i pewności, że nasza codzienna misja jest podtrzymywana przez asymilację naszego bytu z Jezusem, możemy łatwo popaść w duchową jałowość, nie odnaleźć sensu w naszej pracy i stać się jedynie profesjonalistami sacrum, pozbawionymi pasji dla Boga, Królestwa i misji.
3. Obserwacja
W La Salette dobra matka pyta swoje dzieci, czy dobrze się modlą, zauważając, że ludzie przestali świętować niedzielę i nie spotykają się już jako rodziny na praktykach duchowych. Dziś ten sam apel kierowany jest do mężczyzn i kobiet naszych czasów: internet, sieci społecznościowe i cyberkultura pochłaniają i wyczerpują naszą energię. Co ciekawe, w wielu podejściach terapeutycznych praktyka medytacji ukierunkowana jest na poszukiwanie wewnętrznej równowagi.
Ile czasu poświęcamy każdego dnia na dobrą medytację? Ojcowie Pustyni, w swoim cennym duchowym dziedzictwie, pozostawili nam technikę medytacji jako proces samopoznania. Poprzez medytację możemy uwolnić się od urazów, możemy wylać lekarstwo przebaczenia na nasze rany i je uleczyć, możemy uwolnić ludzi, których uwięziliśmy w sobie, przyczynę traumatycznych relacji, które narzuciło nam życie, rodzina i społeczność.
Medytacja w procesie modlitwy nie jest mentalnym opróżnieniem; wręcz przeciwnie, jest świadomą akceptacją naszej istoty jako istot ludzkich. Polega ona na napełnieniu się łaską Bożą, która jest w nas od chrztu. W medytacji możemy na nowo rozważać miejsca, sytuacje, dzieła literackie, muzykę i wydarzenia w naszym życiu, do których należy podchodzić ze szczerością i uczciwością, bez zasłon i masek, ukazując piękno poznania siebie i tego, jak kochający Bóg wypełnia naszą egzystencjalną pustkę.
Innym ważnym aspektem modlitwy jest modlitwa z Kościołem. Liturgia Godzin, jeśli jest dobrze przygotowana, dobrze śpiewana i dobrze w niej uczestniczymy, staje się momentem spotkania z innymi i z całym Kościołem, który modli się nieustannie. Cykl Godzin zapewnia, że gdzieś na świecie ktoś lub jakaś wspólnota modli się bez przerwy. Rozumiemy tu słynne łacińskie wyrażenie „laus perennis”, oznaczające „nieustanne” lub „ciągłe” uwielbienie.
Istnieje opowieść o opactwie benedyktyńskim, w którym opat był bardzo smutny, ponieważ nie mógł zgromadzić wspólnoty na modlitwę, a kiedy już się zebrali, psalmy i modlitwy były recytowane bardzo niechlujnie. Zauważył ich senność lub pośpiech w kończeniu modlitwy; ich twarze nie były już przemienione. Opat długo rozważał, co mógłby zrobić, aby zachęcić wspólnotę do modlitwy z entuzjazmem i zapałem.
Pewnego dnia wpadł na pomysł, aby zaprosić mnichów do modlitwy w łódce na jeziorze przed klasztorem. Byli zachwyceni nowością, chwycili swoje modlitewniki i wsiedli na łódź. Ale kiedy zaczęli się modlić, melodia psalmów wydała im się tak męcząca, że ich początkowy zapał do wejścia na pokład osłabł, gdy tylko rozpoczęły się modlitwy. Jeden drobny szczegół: nikt we wspólnocie nie umiał pływać, z wyjątkiem tragarza. Nagle zerwał się silny wiatr, woda się wzburzyła, a łódź strasznie się zakołysała; wydawało się, że zaraz zatoną. Wtedy starszy mnich zawołał donośnym głosem, przerażony: „Bracia, módlmy się poważnie, bo łódź zaraz zatonie, a nikt tu nie umie pływać!”.
Często czujemy się zmotywowani do modlitwy dopiero wtedy, gdy doświadczamy ekstremalnych sytuacji życiowych; w takich chwilach modlitwa wydaje się skutecznym narzędziem lub może nas zmotywować, ale co gorsza, możemy dojść do wniosku, że modlitwa nie ma dla człowieka żadnego znaczenia. To właśnie tę „nicość” wytwarza w nas nihilizm, popychając nas ku całkowitemu rozbiciu, ku nadejściu życia dla samego życia, bez celu do spełnienia. Jak powiedział włoski filozof Gianni Vattimo: „Czy nadal wierzę w wiarę?”.
Musimy pielęgnować w sobie zamiłowanie do modlitwy za siebie nawzajem, za naszych braci i siostry we wspólnocie oraz za rzeczywistość, której doświadczamy my i świat. Jeśli pozwolimy, by przytłoczyła nas fala obojętności szerząca się wokół nas przez światowość, udusimy się i nie będziemy mogli oddychać.
Zakończenie
Słynny cytat Edyty Stein (świętej Teresy Benedykty od Krzyża) brzmi: „Kto szuka prawdy, szuka Boga, czy wie o tym, czy nie”. Ta myśl odzwierciedla jej nawrócenie z ateizmu na katolicyzm, oparte na przekonaniu, że szczere poszukiwanie prawdy, rozumem, nieuchronnie prowadzi do Boga. Ile świadectw życia i modlitwy pozostawili nam nasi przodkowie? Możemy pamiętać naszych dziadków, rodziców, wujków, ciocie, krewnych, przyjaciół i starszych współbraci, którzy przyjęli nas do Zgromadzenia i byli dla nas źródłem inspiracji. Ich proste, lecz głęboko zakorzenione świadectwa, zakorzenione w teologii życia codziennego, rozpaliły płomień w naszych sercach, pozwalając nam stać się zakonnikami, kapłanami i ludźmi z pasją do Boga i misji.
Ojciec Zezinho, kapłan dehoniański, śpiewak, pisarz i katecheta, znany w Brazylii od wielu pokoleń, napisał piosenkę, która podsumowuje znaczenie modlitwy: „Cuda zdarzają się, gdy modlimy się i modlimy się bez ustanku, a pokój jest jednym z tych cudów, najpiękniejszym, jakiego można sobie życzyć. Tysiące ludzi znalazło odpowiedź w chwili modlitwy. Cuda zdarzają się, gdy klęczymy z sercem”. Być może największym owocem tego roku, w którym wspominamy 180. rocznicę objawień Matki Bożej z La Salette, będzie znalezienie drogi do wewnętrznego pokoju, aby praktyka przebaczenia była stałym elementem naszego życia i naszych wspólnot, a Eucharystia była centrum, szczytem, początkiem i fundamentem modlitwy.
Piękna Pani, która płakała i urzekła dzieci francuskich Alp, dopilnuje, aby Jej łzy nie poszły na marne; podlały one górę, bardzo dla nas znaczącą, na której spoczywa nasz ojciec założyciel. Niech ta góra i orędzie pojednania Matki Bożej przyniosą nowe życie naszym wspólnotom i nam samym, a owoce formacji, misji, młodości i rodziny, płynące z tradycji bertheriańskiej, niech będą potwierdzeniem, że nasz charyzmat jest żywy i aktualny.
Ks. Sóstenes Luna, MSF
Komisja Formacyjna
PT / Portoghese
Maria em “la Salette” nos convida à oração
Na primeira reflexão desta série de meditações sobre a Espiritualidade Saletina, em vista das comemorações dos 180 anos da Aparição de Nossa Senhora na Montanha da Salette, o Pe. Marian Kolodziejczyk abordou a dimensão do jejum e como este apelo de Maria, pode ser atualizado e vivido na perspectiva contemporânea. Dando continuidade, ao ciclo de reflexões, vamos aprofundar o convite à oração, que a Bela Senhora faz na montanha da Salette, quando dialologando com as crianças comunica-lhes uma mensagem de reconciliação.
No estudo da espiritualidade compreendemos a manifestação do sagrado por meio das Aparições como “hierofania”, palavra grega que significa, o Sagrado que se mostra, aquilo que o método científico, não comporta integralmente para dar uma explicação puramente racional. Sendo assim, a manifestação espiritual diante do fenômeno das “aparições”, nos instiga a usar a dimensão da fé, da experiência religiosa, do fato a que ela aponta e comunica, produzindo de forma positiva, o que chamamos de evento espiritual e aceitação do prodígio, ou refuto do mesmo.
Mircea Eliade em seu Livro o Sagrado e o Profano, de uma forma muito lúcida nos explica que as “hierofanias” são fenômenos religiosos que movem as religiões e são os conteúdos, nas quais as mesmas se estruturam. A aparição de Maria em “la Salete” é antes de tudo, uma experiência hierofânica que revela e constata que é necessária uma mudança de vida e de comportamento, é um verdadeiro apelo do céu à humanidade por conversão, por Metanoia, palavra grega que significa mudança de postura, transformação interior. Maria comunica as crianças sua preocupação diante da indiferença das pessoas com relação a Deus e as coisas referentes a religião.
Diante de tal constatação e acompanhando o diálogo entre a Bela Senhora e as crianças, encontramos na narrativa a seguinte pergunta de Maria aos videntes: “Meus filhos, fazeis bem vossas orações? ” Essa frase será o ponto de partida para tudo que iremos desenvolver como conteúdo em nossa reflexão.
1. Orar um respiro da alma
Para falarmos de oração é necessário desconstruir conceitos ou experiências que podem nos levar a uma espécie de compreensão equivocada do que seja rezar. Por isso, vamos iniciar lembrando da respiração: respirar é algo real para constatar que estamos vivos, que somos seres viventes. O ar, é um dos quatro elementos e é fundamental para a vida, fornecendo oxigênio (O₂) para a nossa respiração e gás carbônico para a fotossíntese das plantas (CO₂). Em tempos onde a preocupação com a ecologia e com a vida humana se faz tão urgente, observar a respiração como exercício de concentração é uma forma de nos prepararmos para dialogar com Deus. Por isso, sempre que nos dispormos para a oração, nos concentremos em fazer profundos exercícios de respirações e tentar acalmar o corpo, muitas vezes acelerado pelo corre-corre da vida e pelos níveis altos de estresse.
O ar que entra nas narinas, passa pelo pulmão e é exalado pela boca, torna-se o primeiro propulsor à boa disposição para rezar. Precisamos oxigenar a nossa oração! O problema é que quase nunca temos tempo para parar, silenciar, respirar, criar uma atmosfera propícia para a oração.
Se rezar significa conversar com Deus. Podemos nos provocar com o pensamento de Martim Buber, em "Eu e Tu" (1923), obra filosófica que propõe duas formas básicas de relação humana: Eu-Tu (encontro genuíno, diálogo, reciprocidade) e Eu-Isso (objetificação, utilitarismo). Buber argumenta que a existência humana é definida por como nos relacionamos, propondo o encontro das duas vontades (do eu e do tu), para a sintonia na integração pessoal e comunitária. O filósofo que mais diretamente desenvolveu o pensamento de Buber em diálogo com ele foi Franz Rosenzweig, seguido de perto por Emmanuel Lévinas. Provoco-lhes: O que isso tem a ver com oração?
Diante de tal realidade continuamos as indagações: Como anda a minha experiência de diálogo com Deus? De visão da alteridade? E do compromisso com o cuidado da casa comum? Usando essa expressão “casa comum” própria do saudoso Papa Francisco, o cuidar do outro pode se tornar uma forma ativa de rezar, um testemunho robusto da ação evangélica do bom samaritano (Cf. Lc. 10, 25-37). Sabemos que para o religioso, a realidade da oração pode parecer algo constitutivo de nossa identidade ou da nossa rotina, por isso, facilmente podemos transformá-la em algo mecânico ou obrigatório, esvaziando o que realmente a oração pode nos oferecer e transformar.
2. Uma palavra basta
Este ano a família Franciscana e a Igreja celebram os 800 anos da páscoa de Francisco de Assis. O pai seráfico dos franciscanos tinha um jeito todo particular de rezar, dentro das tantas narrativas da relação de Francisco com os frades, conta-se que certa vez ele descia de Assis em direção a Porciúncula com frei Leão e os dois combinaram que enquanto caminhavam, faziam o itinerário rezando em silêncio, quantos Pais Nossos conseguissem. Quando frei Leão avistou a Igreja de Santa Maria, ou seja, que já chegavam na Porciúncula, exclamou com alto grito: “Pai Francisco já rezei 200 e o senhor quantos já rezou? ” Francisco sorriu e disse: “Leão, não consegui concluir o primeiro Pai Nosso, pois, quando disse Pai e contemplei essa relva, os riachos que iam nos seguindo, o canto dos pássaros, a liberdade dos animais, a textura da terra, a firmeza das rochas, o colorido das flores e a fortaleza dos humildes; tudo isso, me deixou extasiado diante da grandeza de Deus e só consegui dizer Pai. ” Talvez, essa pequena estória da espiritualidade franciscana seja uma luz, para que nós possamos qualificar nossa oração e a sintonia que possamos ter com Deus.
Para nós Missionários da Sagrada Família, São José é uma figura expressiva e densa para a nossa Espiritualidade, muitas de nossas casas de formação levam o nome do operário de Nazaré, porém, nas páginas das Sagradas Escrituras não encontramos uma só palavra de José, ou seja, um homem, que rezou em silêncio. Mas, imaginemos a beleza da oração rezada no lar de Nazaré, em que Jesus, tantas vezes escutou seu pai e sua mãe cantarem a Palavra de Deus.
O Padre Berthier no livro Le Sacerdoce (O Sacerdócio) e em seus escritos sobre a vida sacerdotal recorda-nos a oração como o fundamento da vida espiritual e do ministério do padre. Sendo assim, poderemos ser exímios administradores, excelentes filósofos, grandes pastoralistas, profundos conhecedores do mundo digital e críticos teólogos, mas, se nos faltar a leveza da oração e a confiança que nossa missão diária se sustenta na assimilação do nosso ser com Jesus, poderemos facilmente cair na aridez espiritual, no não encontrar sentido para o nosso fazer, nos tornaremos simples profissionais do sagrado e não apaixonados por Deus, pelo reino e pela missão.
3. Uma constatação
Em la Salette, a boa mãe pergunta as crianças se elas fazem bem suas orações, observa que o povo tinha deixado de respeitar o domingo e já não se reuniam em família para as práticas espirituais. Hoje, o mesmo apelo é feito aos homens e mulheres do nosso tempo: A internet, as redes sociais, a cultura cibernética nos absorve e suga nossas energias. Interessante que em muitos processos de terapia a prática da meditação é orientada para a busca do equilíbrio interior.
Qual o tempo do nosso dia que dedicamos para fazer uma boa meditação? Os padres do deserto em suas valiosas heranças espirituais nos deixaram a técnica da meditação como um processo de conhecimento do nosso interior. Na meditação podemos colocar para fora as nossas mágoas, podemos versar o remédio do perdão nas nossas feridas e curá-las, podemos libertar pessoas que fomos encarcerando dentro de nós, a causa das relações traumáticas que a vida, convivência familiar e comunitária nos impuseram.
A meditação dentro do processo de rezar não é um esvaziamento mental, ao contrário é a tomada consciente da nossa essência como ser humano. É o preenchimento de nós mesmos, com a graça de Deus, que desde o batismo está em nós. Na meditação nós podemos revisitar lugares, situações, literaturas, músicas e fatos da nossa vida que precisam ser encarados de forma sincera e honesta, sem véus ou máscaras, revelando o belo que é termos consciência de quem somos e de como um Deus amoroso preenche o nosso vazio existencial.
Outro aspecto importante da oração é rezar com a Igreja, a liturgia das horas quando bem preparada, bem cantada e bem participada torna-se o momento do encontro com o outro e com toda a Igreja, que constantemente reza. O ciclo das horas faz com que aconteça ininterruptamente em alguma parte do globo, que alguém ou alguma comunidade está rezando, aqui podemos entender a famosa frase latina laus perennis, que significa "louvor perene" ou "contínuo".
Há uma pequena história de uma abadia de monges beneditinos, onde o abade está bastante triste pois não conseguia reunir a comunidade para a oração e quando se reuniam, os salmos e as orações eram muito mal rezados, percebia a sonolência, ou a pressa para terminar, os rostos não se transfiguravam mais. Esse abade passou muito tempo pensando o que poderia fazer para animar a comunidade a rezar com entusiasmo e vigor.
Certo dia teve a ideia de convidar os monges para rezarem dentro de uma barca no lago que estava à frente do mosteiro. Eles ficaram entusiasmados com a novidade, pegaram seus livros de oração e subiram na barca, mas, quando começaram a rezar, parece que a melodia dos salmos lhes era tão cansativa, que o fervor do entrar na barca arrefeceu-se quando a reza começou. Um por menor, na comunidade ninguém sabia nadar, somente o irmão porteiro. De repente veio um vento forte, a água agitava e balançava de forma assustadora o barco, pareciam que iam naufragar. Então, o monge mais idoso gritou com voz forte e amedrontada: “irmãos, vamos rezar de verdade, por que o barco está para afundar e aqui ninguém sabe nadar. “
Muitas vezes nós só nos motivamos para rezar, quando estamos passando por alguma situação de limite na vida, aí a ferramenta da oração parece ser eficaz, ou poderá nos motivar e ainda pior, chegarmos a constatação que a oração não significa mais nada para a pessoa humana. É esse “nada” que o niilismo produz em nós e nos empurra a fragmentação total, ou ao advento do viver por viver, sem ter uma meta a cumprir na vida. Como dizia o filósofo italiano Gianni Vattimo: “será que creio, em ainda crer? ”
É preciso criarmos gosto por rezarmos uns pelos outros, por nossos irmãos de comunidade e pelas realidades que nós e o mundo vive. Se entrarmos nessa onda da indiferença propagada pelo mundanismo que está aí, seremos sufocados e não teremos como fazer a alma respirar.
Conclusão
A famosa frase de Edith Stein (Santa Teresa Benedita da Cruz) é: “Quem busca a verdade, busca a Deus, quer o saiba ou não”. Essa ideia reflete a sua conversão do ateísmo ao catolicismo, baseada na convicção de que a busca honesta pela verdade, através da razão, inevitavelmente conduz a Deus. Quantos testemunhos de vida e de oração nos deixaram nossos antepassados? Podemos fazer memória dos nossos avós, pais, tios, familiares, amigos e confrades mais idosos, que nos receberam na Congregação e foram para nós inspiração. Os seus testemunhos simples, mas profundamente fundamentados em uma teologia do cotidiano acenderam as chamas dos nossos corações, para que fôssemos religiosos, padres, pessoas humanas apaixonadas por Deus e pela missão.
O Pe. Zezinho, Sacerdote Dehoniano, cantor, escritor e catequista, conhecido no Brasil por muitas gerações possui uma música que sintetiza o que significa rezar: “Milagres acontecem quando a gente reza e reza sem desanimar e a paz é dos milagres, o milagre mais bonito que se possa desejar. Milhares de pessoas encontraram a resposta num momento de oração. Milagres acontecem quando pomos de joelho o coração. ” Quiçá o maior fruto desse ano em que refletimos sobre os 180 anos da aparição de Nossa Senhora em La Salette seja encontrar a estrada para adquirirmos a paz interior, que a nossa prática do perdão seja uma constante em nossa vida, comunidades e que a Eucaristia seja o centro, o ápice, o princípio e o fundamento da oração.
A Bela Senhora que chorava e que chamou à atenção das crianças nos Alpes franceses verá que suas lágrimas não foram em vão, irrigaram uma montanha, que para nós é significativa, lá está plantado o nosso pai fundador, que essa montanha e a mensagem de Nossa Senhora sobre a reconciliação traga um novo respiro para nossas comunidades, para nós mesmos e que os furtos bertherianos da formação, missão, juventude e família sejam a certeza que nosso carisma está vivo e é atual.
Pe. Sóstenes Luna, MSF
Comissão para a Formação
SP / Spagnolo
María en La Salette nos invita a la oración.
En la primera reflexión de esta serie de meditaciones sobre la espiritualidad de La Salette, en preparación para las conmemoraciones del 180 aniversario de la aparición de la Virgen María en el Monte La Salette, el Padre Marian Kolodziejczyk abordó la dimensión del ayuno y cómo la invitación de María puede actualizarse y vivirse desde una perspectiva contemporánea. Continuando con esta serie de reflexiones, exploraremos la invitación a la oración que la Virgen María extiende en La Salette cuando, en diálogo con los niños, comunica un mensaje de reconciliación.
En el estudio de la espiritualidad, entendemos la manifestación de lo sagrado a través de las apariciones como «hierofanía», un término griego que indica lo Sagrado que se revela, algo que el método científico no puede comprender plenamente ni explicar de forma puramente racional. Por lo tanto, la manifestación espiritual ante el fenómeno de las apariciones nos impulsa a utilizar la dimensión de la fe, de la experiencia religiosa, del hecho al que se refiere y comunica, produciendo positivamente lo que llamamos un acontecimiento espiritual y la aceptación del milagro, o su refutación.
Mircea Eliade, en su libro Lo sagrado y lo profano, explica con gran claridad que las hierofanías son fenómenos religiosos que motivan las religiones y constituyen su contenido estructural. La aparición de María en La Salette es, sobre todo, una experiencia hierofánica que revela y confirma la necesidad de un cambio de vida y de comportamiento; es un verdadero llamado del cielo a la humanidad a la conversión, a la metanoia, término griego que indica un cambio de actitud, una transformación interior. María comunica a los niños su preocupación por la indiferencia de la gente hacia Dios y los asuntos religiosos.
A la luz de esta observación y siguiendo el diálogo entre la Bella Señora y los niños, encontramos en la narración la siguiente pregunta de María a los videntes: «Hijos míos, ¿hacéis bien vuestra oración?». Esta frase será el punto de partida de todo lo que desarrollaremos en nuestra reflexión.
1. La oración: un soplo del alma
Para hablar de la oración, es necesario deconstruir conceptos o experiencias que pueden llevarnos a una interpretación errónea de lo que significa orar. Comencemos, pues, recordando la respiración: respirar es algo real que confirma que estamos vivos, que somos seres vivos. El aire es uno de los cuatro elementos y es esencial para la vida, ya que proporciona oxígeno (O₂) para nuestra respiración y dióxido de carbono (CO₂) para la fotosíntesis de las plantas. En tiempos en que la preocupación por la ecología y la vida humana es tan urgente, observar nuestra respiración como un ejercicio de concentración es una forma de prepararnos para el diálogo con Dios. Por lo tanto, cada vez que nos preparemos para orar, centrémonos en ejercicios de respiración profunda e intentemos calmar nuestros cuerpos, a menudo agitados por el ritmo frenético de la vida y los altos niveles de estrés.
El aire que entra por nuestras fosas nasales, pasa por nuestros pulmones y exhala por nuestra boca se convierte en el principal catalizador de una buena disposición para la oración. ¡Debemos oxigenar nuestra oración! El problema es que casi nunca tenemos tiempo para detenernos, guardar silencio, respirar y crear una atmósfera propicia para la oración.
Si la oración significa conversar con Dios, podemos adentrarnos en el pensamiento de Martin Buber en "Yo y Tú" (1923), una obra filosófica que propone dos formas fundamentales de relación humana: Yo-Tú (encuentro auténtico, diálogo, reciprocidad) y Yo-Ello (objetivación, utilitarismo). Buber sostiene que la existencia humana se define por la forma en que nos relacionamos unos con otros, proponiendo el encuentro de ambas voluntades (Yo y Tú) para lograr la armonía en la integración personal y comunitaria. El filósofo que desarrolló más directamente el pensamiento de Buber en diálogo con él fue Franz Rosenzweig, seguido de cerca por Emmanuel Levinas. Les pregunto: ¿qué tiene todo esto que ver con la oración?
Ante esta realidad, sigamos preguntándonos: ¿cuál es mi experiencia del diálogo con Dios? ¿De la contemplación de la alteridad? ¿Y del compromiso con el cuidado de nuestra casa común? Utilizando la expresión «casa común», tan característica del difunto Papa Francisco, el cuidado de los demás puede convertirse en una forma activa de oración, un poderoso testimonio de la acción evangélica del Buen Samaritano (cf. Lc 10,25-37). Sabemos que para las personas religiosas, la oración puede parecer algo integral a nuestra identidad o rutina; por lo tanto, podemos fácilmente transformarla en algo mecánico u obligatorio, vaciándola de lo que la oración realmente puede ofrecer y transformarnos.
2. Una palabra basta
Este año, la familia franciscana y la Iglesia celebran ochocientos años de la Pascua de San Francisco de Asís. El Padre Seráfico de los franciscanos tenía una forma muy particular de orar. Entre las muchas historias sobre la relación de Francisco con los frailes, se cuenta que una vez, mientras caminaba de Asís a la Porciúncula con el Hermano León, ambos acordaron orar en silencio durante el camino, rezando tantos Padrenuestros como les fuera posible. Cuando el hermano León divisó la iglesia de Santa María, es decir, cuando se acercaban a la Porciúncula, exclamó en voz alta: «Padre Francisco, ya he rezado 200, ¿y tú cuántos?». Francisco sonrió y dijo: «León, no pude terminar el primer Padrenuestro, porque cuando dije "Padre" y contemplé la hierba, los arroyos que nos seguían, el canto de los pájaros, la libertad de los animales, la consistencia de la tierra, la solidez de las rocas, los colores de las flores y la fuerza de los humildes; todo esto me dejó extasiado ante la grandeza de Dios, y solo pude decir "Padre"». Quizás esta pequeña historia de la espiritualidad franciscana sea una luz que nos ayude a enriquecer nuestra oración y la armonía que podemos tener con Dios.
Para nosotros, los Misioneros de la Sagrada Familia, San José es una figura expresiva y profunda para nuestra espiritualidad. Muchas de nuestras casas de formación llevan el nombre del obrero de Nazaret. Sin embargo, en las páginas de la Sagrada Escritura no encontramos ni una sola palabra de José, un hombre que oraba en silencio. Imaginemos, no obstante, la belleza de la oración recitada en la casa de Nazaret, donde Jesús escuchaba con tanta frecuencia a su padre y a su madre cantar la Palabra de Dios.
El padre Berthier, en su libro Le Sacerdoce (El Sacerdocio) y en sus escritos sobre la vida sacerdotal, nos recuerda la oración como fundamento de la vida espiritual y el ministerio del sacerdote. Por lo tanto, podemos ser excelentes administradores, magníficos filósofos, grandes pastores, profundos expertos en el mundo digital y teólogos críticos, pero si carecemos de la ligereza de la oración y de la confianza de que nuestra misión diaria se sustenta en nuestra asimilación de nuestro ser con Jesús, podemos caer fácilmente en la aridez espiritual, no encontrar sentido a nuestro trabajo y convertirnos en meros profesionales de lo sagrado, desprovistos de pasión por Dios, el Reino y la misión.
3. Una observación
En La Salette, la buena madre pregunta a sus hijos si rezan bien, observando que la gente había dejado de observar el domingo y ya no se reunía en familia para prácticas espirituales. Hoy, se hace el mismo llamado a los hombres y mujeres de nuestro tiempo: internet, las redes sociales y la cibercultura absorben y agotan nuestra energía. Curiosamente, en muchos enfoques terapéuticos, la práctica de la meditación se orienta hacia la búsqueda del equilibrio interior.
¿Cuánto tiempo dedicamos cada día a una buena meditación? Los Padres del Desierto, en su valioso legado espiritual, nos dejaron la técnica de la meditación como un proceso de autoconocimiento. A través de la meditación, podemos liberarnos de nuestros resentimientos, podemos derramar el remedio del perdón sobre nuestras heridas y sanarlas, podemos liberar a las personas que hemos aprisionado en nuestro interior, la causa de las relaciones traumáticas que la vida, la familia y la comunidad nos han impuesto.
La meditación dentro del proceso de oración no es un vaciamiento mental; al contrario, es la aceptación consciente de nuestra esencia como seres humanos. Consiste en llenarnos de la gracia de Dios, que ha estado en nosotros desde el bautismo. En la meditación, podemos revisitar lugares, situaciones, obras literarias, música y acontecimientos de nuestra vida que necesitan ser abordados con sinceridad y honestidad, sin velos ni máscaras, revelando la belleza de conocernos y cómo un Dios amoroso llena nuestro vacío existencial.
Otro aspecto importante de la oración es orar con la Iglesia. La Liturgia de las Horas, si está bien preparada, bien cantada y bien participada, se convierte en un momento de encuentro con los demás y con toda la Iglesia, que ora constantemente. El ciclo de las horas asegura que, sin interrupción, en algún lugar del mundo, alguien o alguna comunidad está orando. Aquí comprendemos la famosa expresión latina «laus perennis», que significa alabanza «perpetua» o «continua».
Existe la historia de una abadía benedictina donde el abad estaba muy triste porque no podía reunir a la comunidad para orar, y cuando lo hacían, los salmos y las oraciones se recitaban de forma muy descuidada. Notó su somnolencia o su prisa por terminar; sus rostros ya no irradiaban fervor. El abad reflexionó largo rato sobre qué podía hacer para animar a la comunidad a rezar con entusiasmo y vigor.
Un día, se le ocurrió invitar a los monjes a rezar en una barca en el lago frente al monasterio. Entusiasmados con la novedad, tomaron sus libros de oraciones y subieron a bordo. Pero al comenzar a rezar, la melodía de los salmos les pareció tan monótona que su fervor inicial se desvaneció en cuanto empezaron las oraciones. Un pequeño detalle: nadie en la comunidad sabía nadar, excepto el portero. De repente, se levantó un fuerte viento, el agua se agitó y la barca se balanceó violentamente; parecía que iban a hundirse. Entonces, el monje mayor gritó asustado: «Hermanos, recemos con fervor, ¡porque la barca está a punto de hundirse y nadie aquí sabe nadar!».
A menudo, solo nos sentimos motivados a rezar cuando experimentamos situaciones extremas en la vida; en esos momentos, la oración parece una herramienta eficaz, o puede motivarnos, pero peor aún, podemos llegar a la conclusión de que la oración no tiene sentido para nosotros. Es este «vacío» el que produce el nihilismo, empujándonos hacia la fragmentación total, hacia el advenimiento de vivir por vivir, sin un propósito que cumplir. Como dijo el filósofo italiano Gianni Vattimo: «¿Acaso sigo creyendo en creer?».
Debemos cultivar el gusto por orar los unos por los otros, por nuestros hermanos y hermanas en la comunidad y por las realidades que nosotros y el mundo experimentamos. Si nos dejamos abrumar por esta ola de indiferencia que propaga el materialismo que nos rodea, nos asfixiaremos y no podremos respirar.
Conclusión:
La famosa cita de Edith Stein (Santa Teresa Benedicta de la Cruz) es: «Quien busca la verdad, busca a Dios, lo sepa o no». Esta idea refleja su conversión del ateísmo al catolicismo, basada en la creencia de que la búsqueda honesta de la verdad, a través de la razón, conduce inevitablemente a Dios. ¿Cuántos testimonios de vida y oración nos han dejado nuestros antepasados? Podemos recordar a nuestros abuelos, padres, tíos, tías, parientes, amigos y hermanos mayores que nos acogieron en la Congregación y han sido fuente de inspiración para nosotros. Sus testimonios sencillos, pero profundamente arraigados, basados en una teología de la vida cotidiana, han encendido una llama en nuestros corazones, capacitándonos para ser religiosos, sacerdotes y seres humanos apasionados por Dios y la misión.
El padre Zezinho, sacerdote dehoniano, cantante, escritor y catequista, conocido en Brasil desde hace generaciones, tiene una canción que resume el significado de la oración: «Los milagros ocurren cuando oramos y oramos sin cesar, y la paz es uno de esos milagros, el más hermoso que se pueda desear. Miles de personas han encontrado la respuesta en un momento de oración. Los milagros ocurren cuando nos arrodillamos con el corazón». Quizás el mayor fruto de este año, al reflexionar sobre el 180 aniversario de la aparición de Nuestra Señora de La Salette, sea encontrar el camino hacia la paz interior, para que la práctica del perdón sea una constante en nuestras vidas y en nuestras comunidades, y para que la Eucaristía sea el centro, la cumbre, el comienzo y el fundamento de la oración.
La Bella Señora que lloró y cautivó a los niños de los Alpes franceses verá que sus lágrimas no fueron en vano; regaron una montaña, muy significativa para nosotros, donde se encuentra plantado nuestro padre fundador. Que esta montaña y el mensaje de reconciliación de Nuestra Señora traigan nueva vida a nuestras comunidades, a nosotros mismos, y que los frutos bertherianos de la formación, la misión, la juventud y la familia sean la garantía de que nuestro carisma está vivo y vigente.
P. Sóstenes Luna, MSF
Comisión de Formación
DE / Tedesco
Maria in La Salette lädt uns zum Gebet ein
In der ersten Betrachtung dieser Reihe über die Spiritualität von La Salette – im Hinblick auf das 180-jährige Jubiläum der Erscheinung der Gottesmutter auf dem Berg von La Salette – hat Pater Marian Kołodziejczyk die Dimension des Fastens beleuchtet und gefragt, wie dieser Aufruf Mariens heute verstanden und gelebt werden kann. In der Fortsetzung dieser Reflexionen wollen wir nun den Ruf zum Gebet vertiefen, den die „Schöne Dame“ von La Salette an die Kinder richtet, als sie ihnen eine Botschaft der Versöhnung anvertraut.
In der Spiritualitätsforschung bezeichnet man Erscheinungen des Heiligen als „Hierophanien“ – ein griechischer Begriff für das Offenbarwerden des Heiligen. Es geht um eine Wirklichkeit, die sich nicht vollständig wissenschaftlich erklären lässt und die deshalb den Raum des Glaubens, der religiösen Erfahrung und der inneren Deutung eröffnet. Erscheinungen fordern heraus: Sie können als geistliches Ereignis angenommen oder auch zurückgewiesen werden.
Der Religionswissenschaftler Mircea Eliade beschreibt in seinem Werk „Das Heilige und das Profane“ die „Hierophanien“ als grundlegende religiöse Erfahrungen, die Religionen prägen und tragen. Die Erscheinung Mariens in La Salette ist vor allem eine solche Erfahrung: ein Ruf zur Veränderung des Lebens, ein Aufruf zur Umkehr, zur „Metanoia“, also zu einer inneren Wandlung. Maria bringt dabei ihre Sorge über die Gleichgültigkeit vieler Menschen gegenüber Gott und dem Glauben zum Ausdruck.
Im Gespräch mit den Kindern stellt die Schöne Dame eine einfache, aber tiefgehende Frage:
„Meine Kinder, wie ist euer Gebet?“
Von dieser Frage ausgehend möchten wir über das Gebet nachdenken.
1. Das Gebet – der Atem der Seele
Wer über das Gebet sprechen will, muss zunächst manche falschen Vorstellungen überwinden. Vielleicht hilft uns dabei der Blick auf den Atem. Atmen ist ein Zeichen des Lebens. Luft gehört zu den Grundbedingungen unseres Daseins. Gerade in einer Zeit, in der Fragen nach Ökologie und dem Schutz des Lebens immer drängender werden, kann das bewusste Atmen ein Weg sein, sich innerlich auf das Gespräch mit Gott vorzubereiten. Darum kann es hilfreich sein, vor dem Gebet still zu werden, ruhig zu atmen und den oft angespannten Körper zur Ruhe kommen zu lassen. Die Luft, die wir einatmen und wieder ausströmen lassen, wird so zum ersten Schritt auf dem Weg ins Gebet. Unsere Gebete brauchen gewissermaßen „Sauerstoff“. Doch oft fehlt uns genau das: Zeit zum Innehalten, zur Stille, zum bewussten Dasein vor Gott.
Wenn Beten bedeutet, mit Gott in Beziehung zu treten, dann können Gedanken des jüdischen Philosophen Martin Buber hilfreich sein. In seinem Werk Ich und Du unterscheidet er zwischen zwei Formen der Beziehung: „Ich-Du“ – die echte Begegnung, geprägt von Dialog und Gegenseitigkeit – und „Ich-Es“, also die rein funktionale oder zweckorientierte Beziehung. Menschliches Leben erfüllt sich dort, wo echte Begegnung geschieht.
Was hat das mit dem Gebet zu tun? Vielleicht genau dies: Beten ist nicht das Abarbeiten religiöser Pflichten, sondern die lebendige Begegnung zwischen Gott und Mensch. Darum bleibt die Frage: Wie sieht mein eigener Dialog mit Gott aus? Wie nehme ich die Wirklichkeit wahr? Wie gehe ich mit den Menschen und mit der „gemeinsamen Heimat“ um – jenem Ausdruck, den Papst Franziskus geprägt hat?
Die Sorge um andere Menschen kann selbst zu einer Form des Gebetes werden – ganz im Geist des barmherzigen Samariters (vgl. Lk 10,25–37). Gerade religiöse Menschen laufen Gefahr, das Gebet mechanisch werden zu lassen: als Pflichtübung, die ihren inneren Gehalt verliert. Dann verliert das Gebet seine Kraft, uns zu verwandeln.
2. Ein einziges Wort kann genügen
In diesem Jahr feiern die franziskanische Familie und die ganze Kirche den 800. Jahrestag des Heimgangs des Franz von Assisi. Franziskus hatte eine ganz eigene Weise zu beten.
Eine franziskanische Erzählung berichtet, wie Franziskus gemeinsam mit Bruder Leo von Assisi nach Portiunkula ging. Beide hatten vereinbart, unterwegs schweigend möglichst viele „Vaterunser“ zu beten. Als Bruder Leo schließlich die Kirche Santa Maria degli Angeli sah, rief er: „Bruder Franziskus, ich habe schon zweihundert Vaterunser gebetet – und du?“
Franziskus lächelte und antwortete: „Leo, ich habe das erste Vaterunser nicht zu Ende bringen können. Denn als ich ‚Vater‘ sagte und dabei das Gras sah, die Bäche, die Vögel, die Tiere, die Erde, die Felsen und die Blumen, da war ich so überwältigt von Gottes Größe, dass ich nur dieses eine Wort sagen konnte: Vater.“ Vielleicht liegt darin eine wichtige Spur: Wahres Gebet entsteht nicht aus Hast, sondern aus Staunen.
Für uns Missionare von der Heiligen Familie ist Josef von Nazaret eine besonders tiefe Gestalt unserer Spiritualität. Viele unserer Häuser tragen seinen Namen. Und doch finden wir in der Heiligen Schrift kein einziges gesprochenes Wort von ihm. Josef betet schweigend. Aber gerade dieses Schweigen ist voller Tiefe. Man kann sich vorstellen, wie in Nazaret gebetet wurde – wie Jesus seine Eltern die Psalmen singen hörte und wie das Wort Gottes zum Alltag gehörte.
Pater Berthier erinnert in seinen Schriften immer wieder daran, dass das Gebet Fundament des geistlichen Lebens und des priesterlichen Dienstes ist. Man kann ein guter Verwalter sein, ein kluger Theologe oder ein engagierter Seelsorger – wenn jedoch das Gebet fehlt, droht geistliche Trockenheit. Dann wird der Glaube zu einem Beruf, aber nicht mehr zu einer lebendigen Leidenschaft für Gott und seine Sendung.
3. Eine Beobachtung
In La Salette fragt die Gottesmutter die Kinder, ob sie gut beten. Gleichzeitig beklagt sie, dass der Sonntag nicht mehr geachtet werde und dass Familien nicht mehr gemeinsam beten.
Auch heute richtet sich dieser Ruf an uns. Das Internet, soziale Netzwerke und die digitale Welt beanspruchen unsere Aufmerksamkeit und erschöpfen oft unsere inneren Kräfte. Deshalb suchen viele Menschen heute wieder Wege der Meditation und der inneren Sammlung.
Wie viel Zeit nehmen wir uns täglich für echte Stille? Die Wüstenväter haben uns gezeigt, dass Meditation ein Weg der Selbsterkenntnis ist. Im stillen Gebet können Verletzungen heilen. Wir können vergeben lernen. Wir können Menschen innerlich freigeben, die wir durch Enttäuschungen oder Konflikte an uns gebunden haben.
Meditation bedeutet dabei nicht, den Geist zu leeren. Vielmehr geht es darum, sich bewusst der Gegenwart Gottes zu öffnen und die eigene Wirklichkeit ehrlich anzuschauen – ohne Masken und ohne Selbsttäuschung.
Ein weiterer wichtiger Aspekt des Gebetes ist das Beten mit der Kirche. Die Liturgie der Stunden kann – wenn sie bewusst gefeiert wird – zu einem tiefen Ort der Gemeinschaft werden. Irgendwo auf der Welt betet immer jemand. So erfüllt sich die alte Vorstellung der „laus perennis“, des ununterbrochenen Lobpreises.
Eine alte Geschichte erzählt von einem Benediktinerabt, der traurig war, weil seine Mönche lustlos beteten. Eines Tages lud er sie ein, das Stundengebet auf einem Boot mitten auf dem See zu verrichten. Zunächst waren alle begeistert. Doch bald wurden die Psalmen wieder müde und hastig gesprochen.
Dann zog plötzlich ein Sturm auf. Das Boot begann bedrohlich zu schwanken. Da rief der älteste Mönch voller Angst: „Brüder, jetzt beten wir wirklich – denn das Boot sinkt, und keiner von uns kann schwimmen!“
Oft beginnen Menschen erst dann ernsthaft zu beten, wenn sie in Not geraten. Doch wenn das Gebet nur noch Krisenbewältigung ist, verliert der Mensch leicht den Sinn für die Tiefe des Lebens. Der Nihilismus unserer Zeit – dieses Leben ohne Ziel und ohne Hoffnung – droht uns innerlich auszuhöhlen.
Darum müssen wir neu lernen, füreinander zu beten: für unsere Gemeinschaften, für die Kirche und für die Welt. Sonst erstickt unsere Seele an der Gleichgültigkeit, die uns umgibt.
Schluss
Die heilige Edith Stein sagte einmal: „Wer die Wahrheit sucht, sucht Gott – ob er es weiß oder nicht.“
Wie viele Menschen haben uns durch ihr einfaches und treues Beten geprägt: Großeltern, Eltern, ältere Mitbrüder und Mitschwestern, Menschen, deren Glaube still, aber tragfähig war. Ihr Zeugnis hat in vielen von uns das Feuer der Berufung entzündet.
Der brasilianische Dehonianer Pater Zezinho fasst das Wesen des Gebetes in einem Lied zusammen: „Wunder geschehen, wenn wir beten und nicht aufhören zu beten. Und der Friede ist eines dieser Wunder – vielleicht das schönste von allen.“
Vielleicht ist genau das die Frucht dieses Jubiläumsjahres von La Salette: den Weg zum inneren Frieden neu zu entdecken, damit Vergebung unser Leben prägt und die Eucharistie wieder Quelle und Mitte unseres Betens wird.
Die Schöne Dame von La Salette, die auf dem Berg in den französischen Alpen geweint hat, möge sehen, dass ihre Tränen nicht vergeblich waren. Möge ihre Botschaft der Versöhnung neues Leben schenken – unseren Gemeinschaften, unseren Familien und uns selbst. Und mögen die Früchte unseres Charismas – in der Bildung, in der Mission, in der Arbeit mit jungen Menschen und Familien – sichtbar machen, dass unser Auftrag lebendig bleibt.
P. Sóstenes Luna MSF
Ausbildungskommission
